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Notturno e Domestico sono due modi di guardare, non necessariamente di vedere. In entrambi (nel notturno e nel domestico) l’immagine si fonde col contesto, appare, filtra, forse non c’è. Le cose si nascondono protette dal buio o da un’eccesso di confidenza (anche nel conosciuto si celano cose). Ci si avvicina, allontana, si mette a fuoco strizzando gli occhi. Un barlume di qualcosa traspare. È la notte stessa, è l’amore, è il quotidiano, la casa stessa, la familiarità, il giorno che si sussegue al giorno, talvolta è quello che è stato.
Notturno e Domestico diventano parti della stessa visione, trovano un’omogeneità speculare nel separarsi.
La notte delinea la sua figura nell’opera di Davide Dormino attraverso il pericolo e la confidenza del lanciatore di coltelli: introflessa figura appare da questa stessa fiducia, si situa, si orizzonta. Colpisce dall’interno invece che dal palco.
Dall’altro lato, speculare, il lavoro di Silvia Giambrone addomestica. La carta da parati è parete, è casa, domus. Aggiungo abitazione, da abito: qualcosa che sta in noi, costante presenza. Si tratta di guardare per cercare l’infinitamente piccolo, infinitamente noi. Confina con lo sguardo dentro che scruta la nostra storia.
Lo sforzo di guardare nel dettaglio ciò che si nasconde nell’enorme. La visione porta in sé la possibilità di non vedere. Già Edgar Allan Poe raccontava come nascondere nell’esibito. Indagando il mappamondo con una lente di ingrandimento, infatti, potresti vedere un quartiere di Johannesburg, ma potresti non vedere la scritta enorme AFRICA.
Ma cosa significa guardare senza vedere, scavalcare la visione, perderla nell’indistinto, credere di essere andati aldilà, a squarciare il velo di Maya, realtà composta di evidenti apparenze?
Significa qualcosa che è qui, ora e da sempre, che era qui prima di noi, nella notte e nella casa, nella coscienza, nel vissuto. Qualcosa che si è addomesticato nel domestico, nascosto nell’esibito, “Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto alberi case colli per l’inganno consueto” diceva Montale. Le cose riappaiono dove sono sempre state.
Il momento di verità, in cui per un istante vediamo oltre la materia, oltre la notte, oltre la casa, per poi andarcene con la nostra conoscenza segreta nel cuore.