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22/05/2020

Polyptoton / πολύπτωτον a cura di Elena Giulia Abbiatici – Conversazione con SERJ

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ELENA GIULIA ABBIATICI: Come è stato vedere l’evoluzione di un lavoro, pensato anni fa, arrivare in un territorio così ricco di storia e civiltà, in un ricompaginamento continuo fra terra e acqua?

SERJ: Per rispondere a questa domanda è necessario ripercorrere alcuni dei passaggi fondamentali. La fase embrionale di questo lavoro risale a 14 anni fa, alla fine dei miei studi presso il Liceo Artistico di Bergamo. Tutto ruotava intorno ad una domanda ben precisa: il metodo che porta alla nascita di un’opera, è un metodo a priori rispetto all’opera o nasce e la descrive a posteriori? Per rispondere a questa domanda decisi di progettare una prima macchina teorica – la “Mg.p” (acronimo di “Macchina Geniale per la Produzione”) – dandomi così l’opportunità di visualizzare le dinamiche dell’opera d’arte attraverso l’ideazione di una meta-opera. Durante questi anni ho prodotto altre cinque macchine teoriche, ognuna delle quali si fonda su proprietà peculiari. Ciò che accomuna ognuna di queste macchine è il loro valore ipotetico e simulatorio. Ipotesi e simulazione dissolvono l’ordine della rappresentazione e costituiscono probabilmente l’unica possibilità di invenzione artistica. Ogni referente esterno o originario è abolito: solo restando sul piano delle superfici l’opera realizza la propria autonomia. Il fatto che queste macchine siano state pensate per rinviare costantemente il proprio senso, le ha rese estremamente instabili ma al tempo stesso vive e sopratutto attive. Al netto di questa loro emancipazione, l’idea di abbandono come possibilità di trasmissione della loro autonomia è sembrata sempre più chiara. Così nasce l’idea di proteggere ognuna delle sei macchine racchiudendole in capsule resistenti, disperse in diversi punti del pianeta. Per il progetto in Egitto abbiamo deciso di disperdere la “Macchina della memoria d’ora” (2015), una macchina capace di riconfigurare costantemente i valori temporali, da attivi a retroattivi e viceversa. La relazione tra questa macchina ed una terra in costante moto storico e geologico, si è subito palesata come prolifica.Durante l’azione di sotterramento della capsula nel deserto egiziano, scavando tra rocce e sabbia, mi sono accorto della presenza di una una grande quantità di conchiglie segno che quella terra, una volta, era mare. Al di là della facile retorica sul tema, aver scoperto mare nel deserto – come se il mare, così come la capsula, volesse preservare la propria esistenza donandosi all’abbandono – ha saldato ulteriormente le relazioni tra quel luogo e la mia azione. Fino a quel momento infatti il lavoro si era confrontato principalmente con i rapporti storico-culturali del territorio: l’idea di sotterramento della capsula come alternativa alla sequenza gerarchica tra fatto-oblio-scoperta, di cui l’Egitto è paradigma. Durante la realizzazione di un’opera, la consapevolezza di una certa vanità di ciò che si sta compiendo è sempre presente. Poi accade che un qualcosa irrompe nel processo ed indica una delle possibili forme in potenza dell’opera. In questo momento mi chiedo come stia lavorando la macchina, lontana dal nostro sguardo ed in risonanza al territorio cui è stata affidata.

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Blackboard (macchina della memoria d’ora)
2018
etched plexiglass, aluminium
60 x Ø10 cm

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قليل من الطقوس المفيدة تنقذ 
2018
single locked groove on 33 
  1 ⁄ 3   rpm  vinyl record
3 ed. + 1 AP

Macchina Marina

Macchina Marina

Serj è nato nel maggio del 1985 a Bergamo, in Italia, dove ha studiato pittura al Liceo Artistico Statale Giacomo e Pio Manzù. Nel 2005 si è trasferito a Roma dove ha frequentato il corso di pittura presso l’Accademia di Belle Arti, dove si è laureato con lode nel 2009.
Il suo lavoro prende forma attraverso un’analisi metodologica progressiva, sia formale che linguistica. Installazioni, disegni, suoni, video, fotografia, sculture convergono con la sua ricerca teorica basata sul concetto di “opera d’arte come macchina dalla duplice funzione di matrice e risultato” e di “artista come sviluppatore di macchine paradigmatiche”. Dal 2015 vive e lavora tra Berlino e Roma. Ha esposto ad Arma17, Funkhaus Berlin, Berlino, Germania; MAXXI (The Independent), Roma; Save Festival, Mosca, Russia; Operativa Arte Contemporanea Roma, Italia e in molte altre esposizioni.

Progetto all’interno di
Something Else – Off Biennale Cairo
(Chief Curator: Simon Njami; Direzione artistica: Moataz Nasr)
Polyptoton / πολύπτωτον
a cura di Elena Giulia Abbiatici
Opening: 1 Novembre 2018
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Durata: 1 Novembre – 15 Dicembre 2018
Sede: Darb1718, Cairo
Brodbeck & De Barbaut, Sara Enrico, Ryts Monet, Mariagrazia Pontorno, Marta Roberti, Serj, Emilio Vavarella