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29/08/2019

Della fotografia nell’arte

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Le vedute

Rosalind Krauss racconta che inizialmente le fotografie di luoghi anche se esotici e anche quando rispettavano le più elementari leggi di composizione artistica venivano chiamate “vedute” e non paesaggi, per distinguerle dall’atto artistico del dipingere. Questo avveniva perché la fotografia era destinata a cataloghi topografici e a lavori scientifici. Benjamin sostiene che soltanto i primi fotografi hanno trattato la fotografia come atto artistico veramente similare alla pittura. In queste prime fotografie, per Benjamin, la famosa “aura” che avvolge l’opera d’arte è ancora presente. I tempi di esposizione erano ancora molto più lunghi di adesso e ai soggetti fotografati era quindi richiesto di stare in posa per molto tempo. Questi assumevano una posizione il più dignitosa e sacrale possibile, e Benjamin nota che per lo più non guardavano verso l’obiettivo. Ripensando a Duchamp ci verrebbe da legare la fotografia come atto di creazione alla sua didascalia ma anche soprattutto alla sua destinazione. Inizialmente la foto di paesaggio veniva concepita come foto di carattere geografico-scientifico, e, in realtà, i ritratti erano pensati per gli album di famiglia, e, probabilmente, l’imitazione del vecchio modello pittorico era perfino richiesto. L’imitazione dell’arte del ritratto prevedeva l’innesto di poggiatesta, colonne finte e tappeti, su cui un po’ comicamente poggiavano le colonne. La foto non essendo stata subito destinata ai luoghi dell’arte ufficiale ha stentato a trovare una sua strada.

Sembra che un precursore dell’arte del fotografare, sopratutto paesaggi, per come è adesso concepita sia stato Atget. Questi era un ex attore che viveva a Parigi e che, a detta di Benjamin, “(…) si tolse la maschera, e poi si diede a struccare anche la realtà.” Egli vendeva le sue foto per poche lire ma i posti desolati, simili, sempre per lo stesso Benjamin, a “luoghi del delitto” rivelano le infinite possibilità di incorniciatura, di taglio, di tecnica di ripresa che la fotografia aveva, e che in realtà influenzò parecchi artisti.

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Eugène Atget. Coin, boulevard de la Chapelle et rue Fleury 76, 18e. June 1921

La cornice.

La fotografia fu usata spesso nella seconda metà dell’ottocento, soprattutto dai pittori impressionisti, come Degas, per studiare la visione e la maniera di poter percepire, guardare e soprattutto impaginare la realtà da dipingere. Secondo Robert Rosemblum già Theodore Rousseau nell’apparente disordine dei suoi soggetti, nell’impaginazione non centrale di alcuni oggetti, per esempio negli alberi in certi suoi paesaggi deve essersi ispirato alla fotografia. Sembra essere molto importante l’idea di cornice. Mentre il quadro era prima concepito nell’occidente come un insieme ordinato di fughe prospettiche, di armoniose rappresentazioni e spazi perfino teatrali, la fotografia, incorniciando luoghi casuali del reale lascia un apparente disordine, e spesso i luoghi fotografati sembrano navigare senza le àncore fornite dalle leggi della composizione, quali per esempio alberi al bordo, spazi scenici, o altro. Secondo Rosalind Krauss questo avviene anche nei primi dipinti di Monet, in cui i soggetti sembrano navigare instabili nello spazio, non già più nella “Grenouillerie” la cui composizione è ben ancorata alla cornice del quadro. La nuova idea di cornice che viene intuita dalla fotografia è quindi quella del disordine, di uno spazio non teatrale, della decontestualizzazione di un pezzo esatto del mondo reale, facente ancora parte di quel caos, della massa informe della vita che la pittura aveva spesso cercato di ordinare. Gran parte dell’impressionismo è comunque quantomeno influenzato dalla visione fotografica e dall’idea di potersi rapportare alla natura e di poterla incorniciare in una maniera più libera più simile a quella che è la visione.

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Ninfee di Monet 1916-19

La fotografia otterrà, nel senso della composizione i suoi risultati forse più estremi e più disordinati, al confine con l’astrazione, grazie alle foto degli anni Venti di Stieglitz, intitolate Equivalenti. In queste foto del cielo spesso nuvoloso e notturno le leggi della composizione sono completamente abolite e perfino l’alto e il basso sono ormai irriconoscibili, come tali opinabili. Il cielo è qui visto come il luogo in cui la visione fluttua nella maniera più libera, niente è ancorato alla cornice per dare armonia e sicurezze.

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Alfred Stieglitz, Equivalenti, 1930

La fotografia è stata usata in parecchie altre maniere, parallele e similari a quelle che erano le teorie sulla pittura nei medesimi periodi. Si pensi all’uso della foto vista come una delle tante tracce del reale dai surrealisti. Questi, in seguito, in una loro evoluzione si daranno a forzare la foto fino ad ottenere risultati sempre più vicini a quello che sapevano dell’inconscio e della psiche, in maniera sempre meno casuale e più voluta. Si daranno, infine, a ricercare con procedimenti l’informe, la lenta dispersione della forma per ottenere risultati che sono ormai più vicini, appunto, a rappresentazioni psichiche che alla realtà.

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Man Ray, Noire et blanche, 1926

La caverna

Non pensando di aver esaurito l’argomento e ragionando sulla natura della fotografia, sulla sua caratteristica di essere una traccia del reale, o, su quella che dicono essere la sua possibilità di diventare simulacro del reale, chiudo ricordando uno dei più famosi dialoghi filosofici a distanza che abbiano mai avuto luogo.
Nel suo Mito della caverna Platone concepisce il mondo come una falsità, ovvero come una somiglianza alla realtà. Distingue perfino vari livelli di somiglianza in cui il totalmente falso è il simulacro. Il problema sarà un giorno svegliarsi e rendersi conto di vivere in un mondo di ombre per correre alla ricerca di un’ uscita dalla caverna, verso il vero mondo, ovvero quello che ci proietta le ombre che abbiamo sempre pensato essere vere. Nietzche sostiene più semplicemente che la soluzione non c’è, che dalla caverna non si esce perché non è esatto dire che viviamo nella somiglianza alla realtà ma bensì nell’effetto della realtà.

 

BIBLIOGRAFIA

R.Rosemblum, L’arte nell’ottocento, Fratelli Palombi Editore, Roma 1986
R.Krauss, Teoria e storia della fotografia, B.Mondatori, Mi 1996
W.Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000