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22/08/2019

Mondrian, il jazz e Wes Anderson

victory-boogie-woogie

Quello che succede nei lavori di Mondrian ha a che vedere con jazz. Con il boogie, sopratutto nella fase dei lavori intitolati, appunto, “boogie”, ma in generale con il jazz. Quello che succede nei film di Wes Anderson ha a che vedere con Mondrian. È un rapporto tra geometria e fantasia. Le griglie formate geometricamente non è necessario che ripetano uno schema. Sono piuttosto un canovaccio dentro cui colorare emotivamente. Griglia e schema non sono la stessa cosa. Nel momento dell’astrazione subito appare la griglia, retaggio della griglia prospettica, che resiste anche in mancanza di composizione. Lo schema lavora alla radice.
È necessario, tuttavia, che tutta la struttura chiuda sempre ciclicamente in un quadrato. Che si risolva in una maniera lineare e identificabile. La vita artistica che si muove all’interno di queste operazioni è il cuore emotivo di questo quadrato. Intorno appare un campo di analisi che ritorna e divaga per linee rette. I colori in Mondrian e in Anderson sono tessuto. Tattili ed emozionanti come serie di note. Sono le divagazioni emotive (i fiati)  in una partitura (i bassi) basata sull’andirivieni dei moduli compositivi.

Componimenti rigorosamente statici per meglio mostrare il movimento all’interno di essi. Si tratta di una visione del giorno che scorre in cui tutto è uguale e tutto è diverso. Una visione scandita da movimenti necessari, orari, bisogni, cibo, dormire, lavorare. In Anderson tutto è stra-ordinario, ovvero non-quotidiano, vita fatta di alternarsi tra bislacche certezze e spazio fantasioso. Questo c’è. Che lo si occupi o no, è uno spazio.

L’alterarsi-modificarsi delle azioni dentro alla griglia gode di una certa libertà. La vita si muove dentro al campo, ma nel momento e nella posizione richiesta. Come libera è la scelta perfino dentro ad ogni (apparente) prigionia.