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09/04/2019

Attraversare il confine – di Roberta Yasmine Catalano

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Hai mai osservato la stordente bellezza del lavorìo del mare sulle rocce? Schiaffi di onde senza requie a incantare gli anni, e poco per volta una parte impercettibile che scivola in acqua, fino a creare, col tempo, incredibili profili, che anarchici dominano l’orizzonte. È l’incanto delle erosioni, la carezza dei giorni che non chiede il permesso e, dandoci le spalle, crea.
Sì, lo so, le mie “Erosioni” sono un po’ lugubri. Sembrano embrioni rannicchiati, c’è prostrazione, dolore, precarietà, inarcamento, morte. Però che forza in questo disfacimento, non ti pare? È un intrattenimento macabro, va bene, che dà alla luce linee sconvolte. Ma c’è anche amore. Non lo vedi? È già nella parola, Eros, che tutto spinge e muove a pietà per questi esseri perduti, piegati, trafitti, cancellati. Ma non dimenticati.
Vedi, creare significa attraversare il confine, dare corpo al dolore di dentro e finalmente liberarlo, dandogli un posto. Averla vinta sulle ingiurie del tempo, fregarlo il tempo e lavorare più in fretta di lui. E piano piano il confine si dissolve tra e te e l’opera, perché siamo noi stessi la nostra principale opera.
A volte penso di buttare all’aria questi pezzi di follia e disperazione, macigni di paura e strati di ombre, e poi divertirmi a dissacrarli rimontando tutto al contrario, come una canzone che si ascolta dalla fine, e dopo ancora bum, sfasciare tutto, come dopo un vento fortissimo che sparpaglia ogni cosa.
Quello che cerco di ingabbiare sui quaderni, nelle sculture, sono morsi di tempo, unghie che grattano l’intonaco dei pensieri, per avere gli occhi pieni di meraviglia, della sensualità della pelle, della liquidità dell’acqua, della solidità della pietra. Voglio un’arte che sia ancora un’esperienza, non un esercizio.
Io defilato? Baggianate. Ho solo cercato di non farmi corrompere dalla banalità dei tempi, e questo comporta uscire dalla tana solo quando fiuto che ne vale la pena. E a volte ne vale la pena.
Il segreto dell’arte è il lavoro sfiancante. Quando una cosa mi riesce facile, non riesco a prenderla sul serio, devo sudare, strapparmi la forza di dosso, arrivare alle vertigini che mi dicono: bene, ora puoi respirare e guardare cos’hai creato.
Sai, è un po’ come con una donna, come una storia d’amore. Il mio è un corpo a corpo con l’opera. Chi vince? Non so. So che vengono fuori aritmie, battiti del cuore fuori controllo, con la materia che mi si offre e io che ci affondo le mani, e lei svelta si muove dando vita a tutte le scanalature che sa indossare. Fino all’epicentro. Fino a non poterne più e crollare disteso a terra, ammirandola. Non ho mai pensato di dipingere qualcosa quando inizio: è l’opera che mi si svela, lenta e sinuosa, misteriosa e sensuale, sale e scende e volteggia sotto le mie dita e mi porta dove vuole lei.
Si può usare qualsiasi cosa, persino il nulla, è sempre l’opera in scena, il suo farsi, il suo voler essere qualcos’altro, si tratta in fondo sempre di armonia, proporzione, ritmo.
Se non ti piace non ci posso fare niente, anzi a dirtela tutta non me ne importa nulla. Io non faccio spettacolo, non mi nutro di vanità, sono un artista, il mio lavoro è cercare la forma del mondo, la natura delle cose.
Io volevo solo mostrare che qualcosa è accaduto, capisci? La scultura, per esempio, a volte deve scomparire, dev’essere un déjà vu, devo creare qualcosa che sia già un simulacro di se stessa, un suo ricordo. Cosa rimane? Non m’interessa che resti qualcosa, al massimo forme sospese nel vuoto. Il vuoto. Questo turbine vorticoso che ingoia tutto. Mi piace che le mie opere siano fagocitate dalla natura e dal tempo. Ne rimarrà il ricordo, comunque.
Non compro i colori, li creo io, cerco i pigmenti e li lavoro. E sai una cosa? Ho sempre preparato la quantità esatta di colore che mi serviva per un’opera, né una pennellata in più né una in meno, non è fantastico questo?
Perché dipingo? È una necessità personale, ci passo il tempo, mi ci rotolo dentro. Cerchi, curve, corpi si delineano per lasciare una traccia, un’orma. E a un tratto l’interrogativo: affossarsi nell’abisso o emergere nella luce? Andare dove mi conduce, danzare con l’opera un intimo passo a due, fino alla fine della musica, fino all’ultimo arpeggio, fino a lasciare quel che rimane.
Non so se le mie opere abbiano un’età, l’arte dev’essere antica e nuovissima. E poi, davvero, queste definizioni non mi riguardano, non tediarmi con domande simili.
Mi piace attendere che nuovi ritratti vengano a trovarmi, mi piace quando una linea nuova comincia a piroettarmi dentro, e allora devo andarle incontro, seguirne il profilo come se lei fosse da una parte del vetro e io dall’altra, e dovessi ripercorrerne le linee, per poi giocarci. E stravolgerle. È così che nascono i corpi mutilati, le sculture risucchiate, i legni conficcati nelle opere come a volerle fissare, per non farle scappare via.
E adesso per favore lasciami solo, ti chiedo di andare via. Ho una voragine nuova che mi si attorciglia dentro. Voglio darle forma, voglio che sia mia.

Erosioni di Oreste Casalini
a cura di Paola Pallotta
opening 14 aprile 2019 ore 11:30
SBA Sporting Beach Art
Lungomare A. Vespucci 6 – Ostia Lido – Roma

14 aprile – 5 maggio 2019
INFO: https://sportingbeacharte-sba.jimdo.com/