Close

06/04/2019

World Receivers – di Marta Zandri

TBB_9849

Kevin Beasley, Hayden Dunham, Lizzie Fitch, Lizzie Fitch/Ryan Trecartin, Aaron Fowler, Isa Genzken, Tau Lewis, Athena Papadopoulos, Signe Pierce, Puppies Puppies, Cindy Sherman, Anj Smith, Jasper Spicero, Ryan Trecartin, Anna Uddenberg, Chloe Wise and Issy Wood

Zabludowicz Collection
176 Prince of Wales Road, London NW5 3PT, UK
21.03.19 – 07.07.19

World Receivers
Dietro le colonne corinzie dell’ex chiesa Metodista di Chalk Farm, a Londra, la Collezione Zabludowicz lascia dialogare quattordici giovani voci del panorama artistico contemporaneo a fianco a Cindy Sherman e Isa Genzken. Le voci parlano di ciò che conoscono, della realtà moderna in cui vivono, del mondo attuale che abitano, usando linguaggi comuni o più specificamente personali che riempiono lo spazio di un assortimento di prospettive in conversazione. Effettivamente del mondo contemporaneo riconosciamo fin dal primo istante la caoticità: stimoli sonori e figure antropomorfe trasformano lo spazio in un vicolo cittadino e il walkie talkie dell’assistente di galleria si mimetizza perfettamente. Le sculture di cemento della serie Weltempfänger e i manichini di Isa Genzken allungano le loro antenne verso l’alto per ricevere meglio le frequenze del mondo, mentre Cindy Sherman appare in tre fotografie del 1983 vestendo, in collaborazione con la dissidente Dianne Benson, i panni stereotipati della donna moderna.
Partecipano alla messa in scena le figure femminili di Anna Uddenberg che si sono evolute adattandosi all’inospitalità della civiltà odierna per trasformarsi in cyborg capaci di spingere passeggini e contorcersi insieme in posizioni acrobatiche. La grande immagine del corpo nudo dell’attrice americana Hari Nef, ritratto da Chloe Wise in I Remember Everything I’ve Ever Eaten, si staglia intanto al centro di una delle sale, invitandoci a un sensuale banchetto che altro non è che la campagna commerciale per una nota marca di latte di mandorla. Molto sta oggi nell’erotizzare il prodotto in vendita e la donna è ancora la più grande provocatrice. Smurfett – CHEWED UP ci racconta qualcosa su come la società percepisca il concetto di femminilità: l’opera di Athena Papadopoulos, un personaggio infernale composto di scarpe con il tacco, tintura per capelli e lingerie, è in effetti solo la versione masticata e appiccicaticcia di Puffetta, l’unico personaggio femminile di uno dei più noti programmi per bambini, creato al solo scopo di sedurre e ingannare.
Continuiamo a camminare spinti a chiederci cosa definisca l’individuo moderno e l’Olaf del film Disney Frozen cammina con noi. Come i grandi pupazzi che per le strade distribuiscono volantini pubblicizzando il venditore di hamburger dietro l’angolo, Olaf ci porta a visitare l’installazione di Puppies Puppies dove scopriamo un bidone di metallo in cui il pupazzo si è sciolto e trasformato in sciroppo di mais. Il consumismo e la brama di possesso ci caratterizzano ormai dall’epoca del boom economico, lo sappiamo, hanno trasformato l’uomo contemporaneo in un essere la cui identità viene stabilita dal tipo di oggetti che decora la sua casa e dalla qualità e varietà dei vestiti che indossa. Roast Beef Curtain Drop di Lizzie Fitch e Ryan Trecartin è la critica celebrazione di questa cultura del consumo: un mobile e dei pezzi d’arredamento costruiscono una strana forma antropomorfa con indosso un abito elegante e in testa una parrucca con le mèches.
Se quindi l’individuo si costituisce della sua relazione con il mondo che lo circonda, ognuno dei giovani artisti in mostra vuole dirci la sua sul vivere nel ventunesimo secolo e sceglie poi di raccontare una storia comune a tutti, la storia di qualcuno o semplicemente la propria. Il grande patchwork di Tau Lewis silenziosamente riporta le memorie dei singoli pezzi di tessuto e pellame raccolti e cuciti a mano, ricordandoci che siamo tutti parte di un grande puzzle dove le gerarchie hanno poca ragion d’essere. Anche Kevin Beasley reimpiega dei tessuti, come le vestaglie di Untitled (All Watch), questa volta per produrre sculture che diano voce alla comunità afroamericana a cui appartiene; mentre Aaron Fowler, che con Free Easy si concentra sulla storia familiare, sul grande totem ritrae appunto il cugino Easy, in prigione al tempo della realizzazione dell’opera.
Ma forte rimane a volte anche il ruolo della tradizione, soprattutto artistica, che porta Issy Wood e Anj Smith a lavorare sulla sovrapposizione del presente con il passato, fatto di lussuose decorazioni e precisissime pitture a olio. La mano dipinta da Wood in Mad at Me è appena uscita da una sessione di manicure e regge un largo ventaglio, appena sopra una distesa di piastrelle adornate di figurine tradizionali e vagamente kitsch. Le tele di lino di Smith associano invece il dettaglio da dipinto fiammingo a orrorifiche figure androgine dal corpo coperto di piccole immagini, animali e bicchieri da cocktail.
In questa compresenza di media e materiali il visitatore è l’elemento aggiunto. Saliamo allora le scale del mezzanino e attraversiamo lo spazio dedicato all’installazione Centres in Pain di Jasper Spicero. Procedendo fra i ready-made e le forme stampate in 3D ci riconosciamo negli attori del video che intanto scorre difronte a noi, in cui un gruppo di guardiani vaga in un carcere abbandonato dividendo lo spazio con le stesse immobili figure in mostra. Poco più in là, una sostanza chiamata GEL viene proposta da Hayden Dunham nel suo stato solido e gassoso, in un’installazione che ci coinvolge doppiamente obbligandoci non solo a osservarla, ma anche a respirarla.
Prima di concludere il percorso fra World Receivers, un portale spazio-temporale ci trasporta in una dimensione identica alla nostra, ma rosa, illuminata da luci al neon e dove ci scopriamo essere i protagonisti: la nostra immagine è come quella che conosciamo ma è duplice, molteplice e si espande sullo schermo e sul muro sovrastante. VORTEXTUALITY è uno spazio ideato da Signe Pierce per alterare la nostra percezione del mondo e porre in questione la nostra stessa identità, insinuandone l’artificiosità. Catturati e manipolati come un qualunque altro materiale ci risulta ormai difficile capire cosa stiamo realmente guardando, indicare cosa davvero ci determini come reali e dove la realtà in cui viviamo si differenzi dalla sua riproduzione distorta in digitale.