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14/03/2019

Polyptoton / πολύπτωτον a cura di Elena Giulia Abbiatici – Conversazione con Sara Enrico

from the open studio at ISCP New York_ph. Sara Enrico

ELENA GIULIA ABBIATICI: Le superfici tessili, i toni di colore, i gradi di luce, i livelli digitali e analogici applicati alla tela o al tessuto, convogliano nel tuo lavoro in un discorso connesso alla stratificazione della storia e delle identità. Se consideriamo il modello sartoriale a cui tu ti sei ispirata per il lavoro SSS come modello identitario da indossare, come secondo te vestiamo questa storia?

SARA ENRICO: Sono molti i rimandi! Vediamo. La tela, il tessuto. La tela come fitto intreccio di filati mi interessa metaforicamente e materialmente, innesca una relazione tra l’oggetto e la sua trama: ogni cosa ha un corpo ed una pelle, e queste due parti spesso non corrispondono! La tela/trama come struttura ci lascia immaginare che tutta la realtà materiale del mondo possa stare insieme e prendere forma grazie a questo intreccio di elementi. Ciò che ricerco, in questo senso, è la possibilità di poter scomporre e riconfigurare questo intreccio, lavorando sull’equilibrio precario e sul riverbero materiale del linguaggio stesso. Stretch Squeeze Still. Il titolo del lavoro Stretch Squeeze Still allude a dei movimenti e ad una staticità, è la scrittura di un passaggio invisibile e repentino che rimane nei rigonfiamenti del tessuto modellato e modulato nello spazio. Quando, indossando un abito ci si muove, lo si abita e sulla sua superficie rimangono le pieghe che portano la memoria di azioni e di luoghi che attraversiamo. La scala del lavoro è poco più grande di quella umana, sovradimensionata. Il tessuto, la cui forma è un ritaglio geometrico è una geometria ritagliata immaginando di semplificare un cartamodello, è doppio e ha due valve, come quelle per la realizzazione di un calco. Mi piace considerare quelle superfici dei calchi: i loro pattern sono infatti la conseguenza delle registrazioni di movimenti di un pezzo di tela da pittura intonso sul piatto dello scanner e di successivi interventi in digitale. Le forme raccolte precedono quelle inventate, così le impronte e i calchi sono le prime immagini che la storia ha studiato e collezionato. Ci rifacciamo ad esse non necessariamente come ad un principio, sicuramente come a una testimonianza di una pratica dell’osservare e dell’agire. Il discorso, la storia. Come quando diciamo che una cosa “ci sta stretta”… usiamo un’immagine legata al corpo e all’indumento per parlare di una relazione non solo con lo spazio, ma anche con la storia, la società. Il lavoro si pone allora tra essere una ricezione fisica, linguistica e culturale insieme. La superficie, come membrana, attiva sistemi di dialogo: in essa avvengono cambi di stato e la trasformazione è uno dei momenti migliori per comprendere la qualità di un materiale. L’oggetto diventa esso stesso un’astrazione, un discorso, ed ogni materiale porta con sé una storia. Il modello. La matematica è da sempre la base per lo sviluppo di molti linguaggi compositivi: pensiamo alla pittura classica, alla musica, all’architettura, ma anche alla struttura poetica e coreografica (Rudolf Laban, danzatore e coreografo ungherese, elaborò un sistema universale per la trascrizione di un movimento e la notazione dei passi chiamato Labanotation, fondato sugli elementi essenziali costitutivi: spazio, tempo, peso, flusso). La geometria come guida estetica, un codice nascosto per immaginare forme ed elementi in uno spazio, anche contemplando l’improvvisazione. Se il mio lavoro persegue un “modello”, è forse più vicino a questa idea di improvvisazione, o forse di un’etica dello sguardo per la quale nulla è intraducile e tutto è necessariamente sottoposto ad un divenire che deforma. Il suo fascino deriva anzitutto dalla nostra curiosità e volontà di indagarlo, senza pregiudizi. Lo strumento che mi interessa maggiormente è perciò la traduzione, tra la reversibilità ma anche l’irreversibilità di un processo, e in questo continuo attraversare (Sol Lewitt diceva di “guardare attraverso le griglie scheletriche, non verso di loro”) cerco di leggere la realtà tramite la sua pelle, secondo un’esperienza di “prossimità tattile”. Questa è una sensibilità che credo non si debba abbandonare, anzi dovremmo svilupparla di più. Con essa emerge il carattere sovversivo della fisicità di un’opera: può renderci più attenti alla trama della realtà e mostrarci quanto possano in essa convergere un cumulo di esperienze, anche contraddittorie, ma mai neutrali.

Shot of _Are clothes modern__ An essay on contemporary apparel – moma_catalogue_Bernard Rudofsky

Shot of _Are clothes modern__ An essay on contemporary apparel – moma_catalogue_Bernard Rudofsky

Sara Enrico si muove nello stage della forma modellabile e ricreabile, come abiti quando sono indossati. In curiosi ripiegamenti abbozzati e modellati, i puntellamenti tendono i pesi leggeri del tessuto di Stretch Squeeze Still, nato durante la residenza all’ISCP International Studios and Curatorial Program come vincitrice del Premio New York dell’artista. Stretch Squeeze Still si ispira a modelli di carta e al disegno sartoriale, i pattern stampati vengono ottenuti registrando movimenti e pieghe di una tela con uno scanner e una successiva rielaborazione digitale. Lavorare sulle superfici per Sara Enrico significa considerare le possibilità che tutte le variabili fisiche e tecnologiche hanno di produrre nuove geometrie e forme tese, sfilate, compresse, come una pennellata decisa e profonda. Vuol dire soprattutto concepire la tela come una superficie fatta di tramature da disvelare e di cui favorirne la metamorfosi. Al Cairo l’opera assume una riflessione sul volume e sul ritmo dei segni architettonici urbani, sull’interazione fra i materiali, sulla morfologia ambientale.

Progetto all’interno di
Something Else – Off Biennale Cairo
(Chief Curator: Simon Njami; Direzione artistica: Moataz Nasr)
Polyptoton / πολύπτωτον
a cura di Elena Giulia Abbiatici
Opening: 1 Novembre 2018
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Durata: 1 Novembre – 15 Dicembre 2018
Sede: Darb1718, Cairo
Brodbeck & De Barbaut, Sara Enrico, Ryts Monet, Mariagrazia Pontorno, Marta Roberti, Serj, Emilio Vavarella