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06/02/2019

Baudelaire e l’Esposizione Universale del 1859

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La lettera al direttore della Revue Française con cui si apre la recensione al Salon del 1859 è un invettiva contro cosa sta diventando l’arte in un Salon, messa in paragone rispetto a cosa dovrebbe essere. Tirati fuori naturalmente Delacroix e pochi altri: Penguilly e Fromentin, il Salon è ormai invaso da giovani raccomandati senza cultura con cui non poter discutere, “adolescenti viziati” dalla vita facile. Si sofferma sui valori umani, loda la modestia di Boudin e di Guys, grandi doti di grandi uomini e artisti

Nel 1863 B. dirà che è “la natura a ordinarci di uccidere i genitori infermi, laddove è l’uomo a creare e a imporsi le scelte giuste”. L’uomo è il possessore della regina delle facoltà: L’immaginazione, che trova la sua più calorosa difesa proprio nel saggio relativo a questo Salon, la facoltà che aiuterà i quadri di religione a diventare più devoti.

Entriamo nel merito dei generi. Baudelaire accetta la fotografia solo come resoconto del viaggiatore o oggetto di ulteriori studi di diversa natura; retrocede, per gli stessi motivi, il paesaggio a genere minore, anche se riconosce a Boudin la dote di riuscire a non fargli “rimpiangere l’assenza dell’uomo”, a rendere le condizioni metereologiche e il periodo del clima da lui dipinto tanto che non ci sarebbe bisogno delle note da lui apposte in proposito al quadro.

Qualche parola in più viene spesa per il pittore della vita moderna, il modesto Costantin Guys che non vuole neanche che lo si nomini in un saggio in suo onore. Lo considera il reporter dei suoi tempi, un dandy non cinico, bensì un dandy che ha imparato ad amare e che vive in mezzo alla folla, che ha imparato a guardare prima di imparare a disegnare, e per questo gli “perdoniamo” il tratto veloce e impreciso. Gui disegna a memoria, ”uomo delle folle”, insegue la modernità nei suoi tempi, le caratteristiche del mondo che gli sta attorno, gli annali di guerra, le divise, il trucco delle donne, il luogo in cui vive.

Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che osannando un reporter come Guys, Baudelaire volesse anche suggerire all’amico di più pretese Edouard Manet di avere anch’egli un’”occhio innocente”, ovvero provare a portare il problematico autore del “Dejeuner sur l’ herbe” nel mondo più propriamente contemporaneo e immanente.

Baudelaire era innamorato dell’arte, dei suoi tempi, delle capacità dell’uomo che ha immaginazione, dell’uomo che sa infondere armonia e colore ed evocare, e stuzzicare gli spiriti. Ha, in qualche maniera intuito parlando del tratto sbrigativo di Gui che il tempo che fugge sopra la modernità era il tema che stava per entrare prepotentemente in scena: tema che gli impressionisti svilupperanno e porteranno a conseguenze che conosciamo. Tema mai davvero esaurito.

 E l’Esposizione Universale del 1855

Tutte le citazioni sono tratte da: Baudelaire – Scritti sull’arte – Einaudi – Traduzione e Prefazione Ezio Raimondi.