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10/01/2019

Valentina Vallorani e la battaglia

Rocambïl#2
Rocambò#2

Ma per il fatto stesso che anche il resto, pesante residuo della civiltà, può possedere un suo fascino anche nella sua inadeguatezza o nel suo ingombro, allora anche la curiosità che può nascere dalle immagini miniate delle antiche battaglie viene legittimata. Il dispiegarsi delle ragioni di alcune scelte a volte avviene nel tempo, e non è immediato. Così è successo per questa serie di lavori, a cui non ho attribuito nessun concetto o simbologia, ma mi sono lasciata affascinare da ciò che rimaneva in vita di un’antica arte, tramite le immagini di lunghe e lineari lance, la rotondità degli elmetti, il piacere nel disegnare la sinuosità elegante della forma del cavallo affiancandogli per contro le goffe forme di soldati in perenne caduta. Ad essere ancor più sinceri, Battaglia!

Valentina Vallorani

destro contro maldestro

Destro contro maldestro

Come i lavori su carta, i testi di Valentina ruotano attorno alle condizioni possibili, allo spazio disponibile, e cercano di attorcigliarsi in magma sensato che saltella al confine con la pagina o con la tela, isolandosi, come elemento, ma lasciando supporre un proseguimento dello scontro. Si tratta di uno scontro infinito di forma e materia che avviene nella figura generata dal pensiero, materia mentale che fuoriesce in immagini solo apparentemente capricciose. Sono invece immagini che, a loro volta, cercano una via d’uscita nel silenzio delle parole ragionate attorno ad esse, e nel fermarsi dell’istante catturato dalla composizione. Parole che appaiono, nel prodotto finale, improvvisamente ignorate.
Questo magma si lacera e si ferisce di carta fuoriuscita come lembi di carne, insinuati nell’arma che ha colpito e viceversa, in un tutt’uno di groviglio. Ci situiamo tra pensiero e passato, codici miniati e figure che saltano come ricordo, come immagini non necessariamente compiute, come visione.
Non l’immagine dello scontro, non lo scontro immaginario di tutti gli scontri, ma quel qualcosa di semi-sognato, di cui non sapresti ricordare i colori. Un Pantheon immaginato che non ha nessuna e tutte le arcate, ne ha un numero che non esiste: immagine della mente che prosegue il disegno da sé e non ha bisogno della realtà cui ancorarsi.
In quel groviglio viene fuori il raccordo psicologico, un magma, si diceva, che cerca e trova il suo nesso e che nasce generandosi: una battaglia, uno scontro, una zuffa di polvere e corpi non consequenziali. Forse un amore del dare e del resistere. E, nel groviglio, un pensare che ruota attorno. Una nascita. Una caduta.

ioedio

Ioedio