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17/10/2018

Baudelaire e l’Esposizione Universale del 1855

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Charles Baudelaire (1821-1867), si è occupato a lungo d’arte, recensendo i Salon del 1845, 1846, l’Esposizione Universale del 1855, il Salon del 1859 e attraverso la pubblicazione di diverse piccole opere di critica. Si è occupato, in pratica, di tutti gli eventi e i personaggi significativi del suo tempo.
Secondo Ezio Raimondi “gli scritti di Baudelaire compongono un libro intimamente unitario per la costanza dei temi e delle figure che si avvicendano”.
Baudelaire si mostra un occhio critico molto attento, lucido. Si preoccupa di spiegare sempre il punto di vista, l’angolazione da cui guarda. Intuitivo fino ad anticipare (o a suggerire) molte delle future tendenze.

La sua recensione all’ Esposizione Universale del 1855 consta di tre parti. La prima è proprio una spiegazione-illuminazione sui metodi di critica usati.
Le sue idee sull’arte, in questo momento sono già formate ma egli decide di non parlare delle belle opere inglesi presenti all’Esposizione, perché (scrive) “ogni popolo è accademico quando giudica, è barbaro quando è giudicato”. Baudelaire vuole capire, a costo di uscire dai suoi stessi sistemi, “un sistema è una specie di dannazione che ci spinge ad una perpetua abiura; occorre sempre inventarne un’altro.”
Ha ben chiara un’ idea del bello di cui parlare, “il bello è sempre bizzarro”, dice ,“una bizzarria non voluta, naturale, inconscia”, “l’erudizione è puerile e non dimostrativa.” Il mondo dell’arte è un mondo fatto di eternità dentro al fugace, eternità dentro ai tempi, come, a ben ragionare, lo era per gli antichi. Quel “qualcosa” di eterno e di profondo nell’arte, va quindi trovato dentro alla mutevolezza del fugace momento in cui si vive. È l’uomo il luogo di inizio e anche il luogo di ricerca. La tecnica da utilizzare, come dirà in seguito, è quella mnemonica, l’uomo ricorda ed esegue. I suoi tempi sono il suo luogo e la sua arte.
Il critico è l’occhio innocente. Balzac, a proposito di un quadro invernale in cui tra le capanne comparivano contadini sparuti si chiede se “hanno davvero scadenze da pagare”.
È proprio questa la grande lezione di critica per il nostro Baudelaire: l’innocenza di guardare il quadro in termini di idee e immaginazioni fantastiche.
La pittura è un evocazione, per Baudelaire l’artista “nasce solo da se stesso (…) muore senza eredi”, ossia “Signorelli non genera Michelangelo”.

L’ Esposizione del 1855 è inoltre il confronto di Ingres contro Delacroix, i favoriti del pubblico, laddove il Salon del 1859 sarà il luogo degli “adolescenti viziati”.
La seconda e terza parte della recensione parlano dei due grandi.
Di Ingres, Baudelaire riesce a non amare sul serio nessuna opera, pur riconoscendo le sue grandi doti di disegnatore d’ ottima scuola. Lo considera un colorista mancato, perfino più misterioso e complesso dei suoi diretti predecessori individuati nei maestri della scuola repubblicana e imperiale, in Guerin, in Girodet, nell’astro freddo di David di cui però ne sottolinea la portata rivoluzionaria relativa ai tempi.
L’aria nei suoi quadri è però rarefatta, fastidiosa, l’impressione che si prova è quella del “malessere, della noia, della paura”. A mancare è la regina della facoltà: l’immaginazione che Delacroix gli pare possedere in misura maggiore.
Delacroix, deriso e incompreso ai suoi esordi, è invece un fine conoscitore delle leggi che regolano il colore e l’armonia di un quadro. Le sue opere, a causa di questo, si apprezzano di più da lontano. Delacroix è, per B, il grande artista in attività.
Perfino Victor Hugo, non comprendendo la portata della rivoluzione in atto, definisce le donne dei quadri di Delacroix “rane”. Baudelaire lo difende: “lui è un poeta plastico, chiuso alla spiritualità” che individua in realtà due tipi di donna nei suoi quadri. Le donne di carattere mitologico, belle, e senza misteri, robuste, feconde, abbondanti; le altre di un carattere più intimo, “serbano negli occhi un segreto doloroso, impossibile da celare”, piene di conflitti interiori, “sia che si distinguano per il fascino del delitto che per l’odore di santità”.
Di Delacroix ama l’erudizione, la natura letteraria di alcune sue opere, quella che manca alla maggior parte degli esponenti al Salon del 1859. Paragona l’inventiva e le tensioni di Delacroix alla descrizione degli effetti dell’oppio dati da Poe “riveste la natura d’un interesse sovrannaturale, conferisce a ogni oggetto un senso più profondo, più volontario e più dispotico”.

Il Baudelaire pensiero si mostra qui abbastanza chiaro, netto, schierato. Nei Salon successivi  aggiungerà dei tasselli importanti.

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Tutte le citazioni sono tratte da: Baudelaire – Scritti sull’arte – Einaudi – Traduzione e Prefazione Ezio Raimondi.