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11/10/2018

Ten Little Indians: Valentina Catena scrive di Catinca Malaimare – Bodies become images

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Catinca Malaimare, Bodies become images, 2017, videoproiezione, 1’25”, col. Courtesy dell’artista.
di Valentina Catena

L’essere umano cambia così come cambia l’ambiente che lo circonda. L’uno viene influenzato dall’altro. Portiamo sulle nostre spalle domande vecchie di secoli, alle quali nuove questioni si aggiungono, e cerchiamo in quello che ci circonda le risposte ai nostri bisogni.
Nei tempi odierni la tecnologia è parte sempre più preponderante delle nostre vite. Il nostro io è connesso a quello di tutti gli altri e la rete nella quale siamo incastrati/dalla quale siamo abbracciati, ci collega ad ogni cosa vicina, dividendoci contemporaneamente in tanti piccoli pezzi.
Siamo sempre più frammentari e frammentati, ma questa condizione ci rende allo stesso tempo fluidi: i nuovi mezzi ci permettono di scorgere nuove sfaccettature di noi stessi e di riflettere in modo nuovo sulla nostra condizione di esseri umani.
Catinca Malaimare ci porta con sé, attraverso sé, allo scoperta di un modo nuovo di intendere noi stessi, il nostro corpo e il rapporto che la tecnologia intrattiene con esso.
La realtà virtuale, una delle componenti principali della nostra vita tecnologica, crea infinite immagini del nostro corpo, che troviamo migliorato, diverso, più forte, più bello (digitally amplified selves). L’uso che l’artista fa del virtuale ne cambia i parametri. La possibilità di nascondersi dietro un avatar celando la propria identità, di trasformare se stessi in iper-se stessi, diventa, al contrario, il desiderio di mostrarsi per quello che si è, vulnerabili, sull’orlo, in bilico, intrattenendo con il mezzo un rapporto intimo, tenero, che coinvolge lo spettatore, il cui corpo si rispecchia in quello gracile della performer.
L’artista si mette a nudo di fronte al riguardante, danzando lentamente e ritualmente con alcune immagini di sé che la ridefiniscono continuamente, che scindono le diverse funzioni corporee. Le esperienze sensoriali della vista e del tatto, il continuo fluire di immagini a cui siamo sottoposti, bombardamenti di fotogrammi isolati e contrapposti, sono qui utilizzati come un mantello, una coperta, con i quali l’artista gioca, svela il rapporto fra il nostro corpo e le immagini stesse, riconducendo queste a noi, alla nostra stessa corporalità, in una catena continua di rimandi e rimbalzi che permette di chiederci quale sia il nostro ruolo nel mondo tecnologico.
La dolcezza con cui l’immagine si svela agli occhi dello spettatore permette di costruire un nuovo rapporto con l’immagine stessa, che, attraverso la tecnologia, si discosta dall’effetto spersonalizzante e massificante di quest’ultima. Al contrario, la possibilità di depersonalizzazione diventa possibilità di inserirsi nel flusso continuo e lento delle cose, dimenticando se stessi, accogliendo allo stesso tempo gli altri e ri-accogliendo il proprio corpo timidamente e inaspettatamente. La liquidità diventa un modo nuovo per conoscere se stessi e gli altri.

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Frame from video I’m the eye

Ne L’attimo fuggente (Dead Poets Society) di Peter Weir il professor Keating, interpretato da Robin Williams, dà come compito ai suoi studenti la scrittura di una poesia. A non eseguire il compito e ad essere spronato poi dal professore a completarlo in classe, è Todd, interpretato da un giovanissimo Ethan Hawke, che compone la sua poesia con queste parole: «La verità è una coperta che ti lascia scoperti i piedi! Tu la spingi, la tiri e lei non basta mai! Anche se ti dibatti, non riesci a coprirti tutto… Dal momento in cui nasci piangendo al momento in cui esci morendo, ti copre solo la faccia e tu piangi e ridi e gemi!».
Queste parole sono state da me immediatamente accostate a Absolutely Inviolable: immagino la coperta, il mantello, lo schermo con cui l’artista si copre, coprire il poeta stesso; l’artista, il poeta, entrambi incisuri, ma pronti a rivelarsi.
Immagini dell’artista si ripetono su uno schermo da lei tenuto, la malleabilità di questo materiale fa pensare a qualcosa di vischioso, la verità svelata sulla coperta è la stessa che si cela dietro ad essa, nel corpo dell’artista, ma non è sufficiente, né per l’artista né per noi che guardiamo, non è abbastanza per i nostri corpi. Conosciamo il nostro corpo e non lo conosciamo, così come la nostra immagine, pensiamo di sapere come siamo fatti, ma non ne siamo sicuri. Quello che ci resta da fare è continuare ad interrogarci, a chiederci come siamo guardando il nostro riflesso negli altri, nelle immagini degli altri e di noi stessi, nel marasma odierno che è la nostra verità tecnologica.

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