Close

03/10/2018

Ten Little Indians: Marta Zandri scrive di Giorgio Di Noto – The Iceberg

31113826_2391072074251747_2006606792250884096_n

Giorgio Di Noto, The Iceberg, 2017, 6 stampe incorniciate 40x60cm + plexi UV. Courtesy di Leporello, Roma.
di Marta Zandri

 

30742699_2391071770918444_6661085695857131520_n

Il progetto Iceberg è un foglio bianco da riempire, che attende l’interazione con l’esperienza attiva dello spettatore. Iceberg offre l’opportunità di materializzare l’inesistente e far apparire ciò che all’occhio sembra essere celato: i pannelli bianchi nascondono infatti delle immagini, a cui solo la visione può conferire concretezza.
Giorgio Di Noto, fotografo romano, è attualmente impegnato in una riflessione sulla visibilità dell’immagine nel mondo moderno, che si combina con l’immaterialità e mancanza di fisicità propria del materiale visivo. Attratto inoltre dalle modalità della sua fruizione, ha iniziato a nutrire un particolare interesse per la relazione che lega la fotografia a internet. La rete è oggi costantemente presente, in ambito sia privato che lavorativo, e ci offre una conoscenza della realtà che ci circonda che sembrerebbe infinita, martellante è la proposta di immagini. Eppure, ciò che ci è dato vedere dell’enormità del Web è un mero 10 %. In effetti internet, fatta eccezione per le pubblicità di cui non sempre scegliamo di essere spettatori, risponde alle domande che gli poniamo e rende visibile ciò che richiediamo. Perciò quella zona nascosta e al contempo più estesa del Web, che viene chiamata Deep Web, potrebbe rimanere per sempre invisibile, per sempre celata se non appositamente cercata. Ancor di più il Dark Web, la porzione sfruttata per il commercio illecito, nascondendosi dietro software specializzati concede totale privacy a venditori e compratori, che risultano di fatto inesistenti.
Quella dell’iceberg è perciò la metafora più usata in riferimento alla complessità di internet. Lo spazio del web che ci è dato visitare liberamente è solo la superficie di un sistema ben più esteso: è la zona emersa che si erge sopra la massa nascosta di rete non indicizzata dai motori di ricerca. Lo spazio più remoto e più ampio è il campo dell’invisibile, dove la merce appare e scompare subito dopo, dove non esiste luogo, data o ora. Ogni immagine nasce per presentare qualcosa, in maniera più o meno esplicita. Sono spesso fotografie di bassa risoluzione, scattate magari con un cellulare, quelle che costituiscono l’enorme archivio inesistente del Dark Web, di cui Di Noto si appropria. L’artista fa proprie immagini create per non rivelare nulla (se non la merce stessa), immagini senza autore, pubblicate per non essere visibili agli occhi dei più e per dematerializzarsi anche dal Dark Web, riproponendole in una nuova veste.
Al momento della sua nascita, nel contesto della Primavera Araba, il Deep Web aveva il proposito di arginare la censura e il mercato illegale sviluppatosi in seguito al suo interno stride chiaramente con l’intenzione originaria. Ma il suo studio giunge a svelare singolari tangenze; esso infatti, pur avendo caratteristiche non convenzionali, funziona in realtà in maniera molto comune: i prodotti vengono pubblicizzati, mentre feedback e sconti stimolano il cliente. In alcuni casi le immagini sono estrapolate dal loro contesto originario: noti dipinti o figure non inedite che nulla hanno a che fare con i prodotti in questione divengono referenti visuali, marchi per riconoscere un certo venditore o una certa merce.
L’artista abbandona l’originaria attività diretta di fotografo per attuare un processo di appropriazione e disvelamento. Va in cerca di ciò che è apparentemente invisibile, in un mondo dove tutto sembra essere sovraesposto; di ciò che apparentemente non è rappresentato, in un mondo dove ogni dettaglio viene riprodotto in immagini e video. Ma manca ancora un passo per rendere completa la riemersione. Lo spettatore è costretto a replicare l’accesso al Deep Web e andare in cerca di quello che sembra mancare: deve servirsi di uno strumento, in questo caso la luce ultravioletta. Quello stesso mezzo usato in alcuni contesti per scoprire tracce di droga permette di rendere finalmente visibili le figure, che affiorano quindi con fredda concretezza dal fondo bianco.

Sito Artista

VEDI INTERO PROGETTO TEN LITTLE INDIANS