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01/10/2018

Ten Little Indians: Beatrice Schivo scrive di Claudia Capone – Il vento soffia dove vuole

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Claudia Capone, Il vento soffia dove vuole, 2018, 3 pannelli di ostie su tavola, 60x100cm. Courtesy dell’artista.

Di Beatrice Schivo 

“In verità ti dico: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove ­viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Giovanni 3:8).
In questo passo del Vangelo secondo Giovanni viene sottolineato il concetto di rinascita, un
passaggio quasi di metamorfosi della carne che tende ad elevarsi a spiritualità. Il vento in questo senso diventa il simbolo della volontà divina, dello Spirito che consente al corpo di nascere nuovamente, elevandolo e liberandolo dalla sua gabbia di materia.
Il vento è misterioso, non possiamo vederlo, eppure è reale. Osserviamo gli effetti causati dalla sua presenza, malgrado sia impossibile catturarne con in nostri occhi una sua consistenza : le onde del mare, il movimento a volte quasi impercettibile delle nuvole, le spighe di un campo di grano che dolcemente vengono accarezzate dal suo soffio.
Il messaggio evangelico è essenziale per potersi avvicinare all’opera di Claudia Capone, tanto che l’artista ne esplicita la centralità già a partire dal titolo.
Il vento soffia dove vuole è arcano, enigmatico. Gioca sulla sua apparenza, quasi confondendo lo spettatore che è costretto ad avvicinarsi per comprenderne l’integrità: celata dall’improbabilità del suo utilizzo, l’ostia è protagonista.
Utilizzata già in lavori precedenti, quali Esuvia e Animata, l’ostia in questo caso è un elemento che può assumere diversi significati, mai staccandosi da quello della tradizione cristiana.
L’artista dispone centinaia di ostie su tre pannelli delle medesime dimensioni, generando un andamento formale che dà proprio la sensazione di un soave sfioramento del vento. L’ostia è quindi il mezzo attraverso il quale si percepisce la presenza del vento, che è quello dello Spirito, abbandonandosi totalmente all’idea di essere un suo veicolo per manifestarsi. È materia tangibile, in quanto può essere vista e toccata, ma anche intangibile, proprio perché si propaga nell’immaterialità visiva del vento, pertanto di Dio.
L’ostia è anche metafora per potersi addentrare in una tematica ricorrente nella poetica di Claudia Capone, il labirinto, incarnazione dei complessi e tortuosi percorsi di vita. Ciò che interessa la ricerca dell’artista, oltre alle possibilità formali che offre la linea conduttrice del dedalo, è l’esperienza individuale durante il cammino per individuare una via d’uscita. Percorrendo il labirinto, intendendolo come metafora stessa della nostra vita, ci accorgiamo di quanto siano fondamentali il tempo e lo spazio. In base alla nostra percezione, a questi due elementi diamo dei ruoli determinanti per stabilire la fine della nostra ricerca, ed è in questo frangente che iniziamo a percepire una metamorfosi interiore: il cambiamento di pelle del serpente, che è esso stesso labirinto. Durante il tragitto mutiamo, cambiamo, diventiamo altro, ma rimanendo sempre noi stessi. E questa continuità è percepibile nella sfrenata ricerca dell’artista, dove tutte le opere diventano simbolicamente parti di un tutto unitario
Le opere di Claudia Capone rivelano una travolgente empatia che, a prescindere dal proprio credo, irrompe nello spettatore. L’artista si mette a nudo, raccontando senza veli la propria intimità, la storia di un continuo percorso dinamico all’interno di un dedalo aggrovigliato, difficile, ma carico di un’energica attesa di libertà. È solo apparente il disordinato disegno del percorso.
Il vento soffia dove vuole rappresenta la via d’uscita, quel primo respiro di nascita, o meglio di ri-nascita. L’ostia è materia e immateriale. È la carne che nasce di nuovo grazie allo Spirito, quel vento misterioso che la fa ondeggiare come se fosse una foglia che cade dal ramo di un albero, allo stesso tempo fine e inizio di un ciclo ricco di Vita.

Sito Artista

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