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20/06/2018

Lo spirito della foresta di Gabriela Butti

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Un respiro si ferma per sincronizzarsi, non capiamo con cosa, con la goccia che scende. La goccia è ogni goccia della notte, il non prender sonno che si trasforma in goccia, scende, attende, disturba, poi il volto capisce, sa di potersi illuminare da questo respiro, sorride. Otteniamo una sorta di esistere sincronico degli esseri uno fuori dall’altro, fianco a fianco ogni lavoro si riposa, racconta, respira, ma prende ancora tempo. Da questo tempo nasce una nebbia di color verde, rosso, poi misto di molti colori, vede fiorire immagini e figure prima nascoste in reconditi angoli della mente. Faccio un passo, indietro uno avanti, sono alla luce, sono al buio. Le molte vite del lavoro mi lasciano strizzare gli occhi. Sono nella foresta. Il cuore di essa vibra, nasconde e rivela.
Qualcosa che sta nella percezione svela le sue trame tra la vista e la sorpresa, come un pointillisme moderno, nato dal simbolismo estatico invece che da Parigi che cammina.
La cosa che appare è, a sua volta, percezione di cosa che appare. Si nasconde tra il mondo e la mente, viene alla luce indipendentemente dalla luce. In due percezioni diverse la struttura si indaga, rivelata e sottesa, sempre presente tra il clamore dei colori che si innalzano si attorcigliano, levitano, si scontrano e si fondono per presentare lo spettacolo.

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In questo scenario torrenti, nidi, ninfe, muschi, mandragole e altri esseri appaiono, vivono la loro presenza, fatta, a loro volta, di distese, attese, fluire di rive del fiume, odore del vento, sapore del passaggio… chissà, forse amori disattesi, o attesi, forse grandi scenari e distese e risalite. Mi sembra di poter riconoscere… ma poi no, mi sbagliavo.
Tutto questo si interrompe e torna respiro, passo avanti, passo indietro, geometria, l’occhio si allontana: punto, pausa, punto. Diventa un ritmo in cui immergersi. Unica via d’uscita: scrivere una propria via d’uscita. Abbandonarsi all’idea dell’emersione.
La commistione dei media fa sì che qualcosa sia al di qua della rete di inganno, rete che, in fondo lo sappiamo, ogni operazione figurativa è. Qualcosa tuttavia ci àncora alla presenza. La luce garantisce questa doppia vita, svanire nel mondo che ci viene raccontato o rimanere qui, vivi, davanti al racconto suggerito.
Un suono antico sembra chiamarci, ma non è nessun suono, non è un violino, non un pianoforte.
Se l’esplosione potesse avere una lentezza sarebbe una presenza che si insinua, avrebbe il carattere dell’apparizione, con la differenza unica dell’invasione. Si procede lenti fino ad occupare tutto lo spazio-mente disponibile, fino a suggerire punti di vista nuovi e reconditi che sono il guardare stesso dentro all’esplosione.