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17/04/2018

Carteggio per un naufragio – Silvia Giambrone – Davide Enia

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(Foto Francesco Enia)

Oggi esce il libro di Davide Enia, il romanziere, drammaturgo, attore, regista d’opera, mio compagno e padre dei miei gatti.
Ho voluto intervistarlo e avviare un dialogo con lui sul suo nuovo romanzo ‘Appunti per un naufragio’ (Sellerio), perché ho il privilegio di avere la fiducia e la confidenza che altri ugualmente o più curiosi non avranno, perché quando si pensa di conoscere bene qualcuno e il suo operato è proprio quello il momento per ricominciare a fargli nuove domande, e per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Silvia Giambrone – Apro il libro e la prima cosa che vedo mi commuove: è dedicato a me. L’onda mi coglie e subito il tuo approdo diventa un mio piccolo naufragio. È così che si comportano i naufragi, agiscono per  contagio?

Davide Enia – Alcuni sì, agiscono così, e permettono di vivere quello che ho imparato a considerare un grande privilegio: la libertà di mollare il timone, rinunciando alla sicurezza della propria rotta, lanciandosi dentro il gorgo, affrontando le onde, emotive e culturali, della propria tempesta, cercando con ogni stilla di forza fisica, mentale e sentimentale, di giungere a un approdo.

S. Alludi dunque a un’epica del naufragio.

D. Sì, ma a una epica intima. Credo che questo contagio del naufragio sia possibile solo se una persona è in qualche modo disposta a concedersi proprio quel pericolosissimo privilegio che, a volte, può essere il naufragare. Ciò significa, per l’appunto, rendere intime le parole, lasciando emergere dalla pagina tracce del proprio vissuto e, in esse, immergersi senza rete di sicurezza, abbandonandosi alle correnti, sforzandosi di riconoscerne l’origine e la direzione.
Già il mettersi in una condizione di dubbio, rinunciando alle proprie sicurezze, è una apertura al naufragio. Così come accettare implicitamente l’altro aspetto del naufragio: non avere affatto certezza di un approdo. Ma, una volta guadagnato l’approdo, ecco che ci si erge e ci si accorge, in un istante, di avere mutato il proprio punto di vista, non solo sulla realtà, ma anche su se stessi. Resta il sale sulla pelle, il sapore di un pericolo scampato, la certezza di avere conquistato qualcosa, fosse anche la consapevolezza che si è in grado di abbandonare gli schemi acquisiti.

S. È intimità quella che hai vissuto con coloro che hai intervistato?

D. Sì, è stato un rapporto intimo di condivisione di esperienze di vita dolorose e profonde. Le persone si sono offerte a me aprendo il proprio scrigno di sofferenza ancora non del tutto elaborata, senza timore di mostrarsi per come davvero erano: piene di ferite, senza sapere se e quando quei loro tagli si sarebbero cicatrizzati. Ricordare il passato, rinominarlo, faceva ancora così male che, a volte, alcuni di loro scoppiavano a piangere, senza remore alcuna. A volte, invece, le parole proprio gli non bastavano più, e ci osservavamo senza aggiungere altro. Eppure quel silenzio diceva tantissimo, come un mare che svela attraverso la propria trasparenza la reale dimensione dell’abisso. E io, per riuscire a reggere l’onda d’urto di tali emozioni, prima di scriverne ho avuto proprio bisogno di raccontarli quegli incontri, e l’ho fatto con te e con pochi amici, processando non solo le loro parole, ma le mie stesse frasi, chiedendomi quanto mi stesse cambiando ciò che da loro avevo ricevuto.

S. L’epica, almeno nella sua dimensione di storia politica, per lungo tempo è stata vissuta e interpretata quasi come il contrario dell’intimità. L’epica era tale se le forze in campo erano le protagoniste della narrazione, non l’umano da cui venivano attraversate, che per esigenze narrative perdeva la propria tridimensionalità. I racconti epici che abbiamo ereditato dalla Storia dominante narrano di eroi ed eroine magnificati ma stilizzati, ridotti gloriosamente ed esclusivamente al proprio eroismo, mentre un’epica dell’intimità è storicamente quasi una contraddizione in termini. So che lo sai, che sono femminista, e allora ti chiedo, come chiederei a uno specchio con la barba incolta, se il personale è politico (e su questo non transigo), l’intimo è…?

D. Sacro. Poiché diventa il luogo in cui si rinegoziano, di continuo, i giudizi rispetto al reale, lasciando emergere questioni assolute che hanno a che fare con il senso della vita. È lo spazio in cui ha origine il nostro punto di vista sul mondo e sulle persone. Dall’intimo germoglia l’impulso a creare un rapporto -o a non crearlo affatto – con quella che potremmo chiamare la sacralità dell’esistenza, intendendo con essa quella umanissima condizione per cui siamo tutti quanti diversi e, in potenza, creatori di mistero. È quello che accade anche a te quando realizzi un’opera?

S. Sempre più credo che la creazione di un’opera d’arte abbia a che fare col mistero e che l’opera, una volta finita e mandata alla guerra, non faccia che preservarlo, come fosse principio e fine ultimo al contempo. Ho il sospetto pero’ che scrivere sia diverso, che avere a che fare con le parole sia più difficile perché le parole sono la moneta più diffusa – e persino abusata – nelle relazioni. Quando parlo, quando parlo con te o con altri, le parole divengono la carne viva della relazione e diventano molto esposte a tutto ciò che accade. Sono una superficie aerea che non manca di collezionare cicatrici. Qualche volta mi domando se l’arte non serva a espiare l’azione, a renderla eterna ma allo stesso tempo immobile. Non ho trovato una risposta a questo ma il mistero dell’opera sempre la redime. Scrivere è per te agire o non agire?

D. Come è possibile scrivere del tempo presente nel momento della crisi? La parola cerca di farsi filo e di cucire assieme un nucleo di senso. Però fallisce. E fallisce di continuo. Manca la visione d’insieme, la comprensione profonda degli accadimenti che solo il tempo riuscirà a fornire. La parola non è levigata dall’elaborazione e tenta di calibrare se stessa scontrandosi con i limiti della soggettività, parzialissima, di chi scrive. Allora, si può solo compiere un gesto d’umiltà e raccontare ciò che la frontiera del linguaggio consente: il limite, il bordo, il tassello del mosaico. E, in questo racconto, cercare di essere il più precisi possibile. Il che significa rimettere in discussione il proprio vocabolario, pubblico e privato, e rimetterlo in discussione proprio con il lettore, provando a costruire assieme una sintassi che renda giustizia ai fatti e alle persone in essi coinvolte. Per me ha significato trovare un punto d’incontro al limite del mio orizzonte linguistico, laddove le memorie venivano dette e raccolte in dialetto, la lingua della mia culla, quando la parola riesce ancora a essere simbolo e a svelare lo smisurato paesaggio che si nasconde dietro ogni singolo approdo, dentro ogni singolo naufragio.

S. Mi torna alla mente quella frase di una nota canzone di De André che diceva: da un po’ di tempo era un po’ cambiato ma non nel dirmi amore mio. Come ha agito questa esperienza su di te, come ti ha cambiato questo romanzo che, più degli altri che hai scritto, ha attraversato la tua vita attuale?

D. Scrivere questi appunti mi ha portato a forzare alcune mie ritrosie. Una per tutte: sforzarmi di parlare con mio padre, imparare ad ascoltarlo, non temere di esporgli i miei pensieri. E imparare a comunicare queste mie ansie con te, che mi hai aiutato a trovare alcune risposte, tenendo fuori l’angoscia dalle mura di casa e dalle pareti del mio cuore. Così, durante la stesura del romanzo, mi sono continuamente interrogato sul perché stavo perseguendo determinati sentieri mentre ne avevo abbandonato altri, processando senza sosta le parole che usavo per raccontare. Scrivere questo romanzo così intimo e aderente alla mia vita e alla realtà da me esperita mi ha rivelato quella verità semplicissima che solo per superbia consideravo banale: parlare di ciò che ci dà angoscia aiuta, sempre. Anche se c’è all’inizio c’è scuro e confusione, nominare le cose che creano turbamento è il primo passo per mettere distanza tra sé ed esse e così riuscire a ponderarle per quello che sono, non soltanto per ciò che rappresentano. Scrivere ha cambiato il modo in cui ho affrontato la malattia di mio zio. Lui lo sapeva che ne stavo scrivendo, gliene avevo parlato, e mi pungolava con domande dirette e spudorate, esposte con la indicibile dolcezza che gli apparteneva. Mi chiedeva: «tu che stai affrontando i naufragi, tra cui anche il mio, lo sai se io ho un approdo?». E mi teneva la mano tra le sue, accarezzandomela. E la risposta, l’approdo, era tutto lì, in quel contatto tra zio e nipote che esisteva da quando ero nato e che neanche la morte è stata in grado di esaurire, perché la scrittura l’ha trasposto anche sulla pagine, oltrepassando il tempo. In qualche modo, coltivare le relazioni è una possibilità di salvezza. L’altro è uno specchio, ci mostra chi noi siamo, soprattutto quando si manifesta un problema. Quale risposta noi – la nostra storia, il nostro pensiero, il nostro corpo – siamo in grado di partorire? Non credi che sia nella relazione l’unica possibilità concreta di approdo?

S. Se si trova l’audacia di attraversare lo specchio, sì.

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Silvia Giambrone

Davide Enia