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28/03/2018

Conversazione con Carola Bonfili – Kafka, la letteratura e l’arte

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Carola Bonfili, 3412 Kafka. 2017, video-still-6’30” VirtualReality. Progetto sonoro di Francesco Fonassi. Courtesy smART polo per l’arte

3412 Kafka è il nome di un asteroide solitario della nostra galassia. Uno tra centinaia di migliaia, Carola Bonfili ne è venuta a conoscenza casualmente, nel corso di alcune ricerche sulla figura e il lavoro di Franz Kafka. Ne è nato un progetto aperto che prevede scultura, installazioni, laboratori didattici e un video di realtà virtuale.

 

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017. Courtesy smART polo per l’arte. Photo Francesco Basileo

Vorrei entrare nel merito di Kafka. Mi pare che i luoghi rifugio-isolamento di Kafka siano poi sempre anche luoghi mentali, paure, ossessioni, ferite, rifugi incerti che testimoniamo più la febbre che la cura. I luoghi che ho visto nel tuo lavoro di tutto questo tengono qualcosa e fuggono al contempo per una propria direzione. Le atmosfere, oniriche divagazioni, che proponi, spesso si appoggiano volontariamente su citazioni nascoste e mondi creati. In che misura ritroviamo e/o trasformiamo Kafka nel tuo lavoro?

Quando si legge un autore per un certo periodo di tempo, l’influenza che esercita sul nostro modo di fare e vedere le cose a volte non è immediata, si sedimenta e ad un certo punto si rivela in dettagli minori. Credo esista un tono di lettura interno, una sorta di volume con il quale leggiamo le cose, che per alcuni autori è decisamente alto e veloce e in qualche modo ti condiziona in un modo più estemporaneo, mentre per altri, come Kafka, è quasi sussurato, come se penetrasse nelle tue fibre in modo più profondo e silenzioso. Alcune descrizioni di Kafka si fermano in una stanza ed ogni singolo oggetto, ogni dettaglio descritto in modo minuzioso – con la stessa precisione che spesso lo porta ad essere profondamente divertente –  sembra la rappresentazione simbolica di qualcos’altro. In un certo senso, ti riporta in quello stato di leggerissima dissociazione che provi quando osservi una cosa mentre sei sovrappensiero e te ne allontani pur mantenendo con essa il contatto visivo. In altri racconti invece, come ad esempio in Descrizione di una battaglia, il ritmo è veloce, il racconto scivola rapido, facendoti guardare solamente in avanti, come se la descrizione di un’ intera notte fosse sintetizzata in un’unica velocissima caduta. Le sensazioni che associo al suo modo di scrivere sono sempre molto chiare, anche nella loro apparente indeterminatezza, che poi si rivela invece quasi cristallina.
Nel Castello si ha continuamente l’impressione di aver perso qualcosa di fondamentale, forse una parte di conversazione che darebbe senso e permetterebbe di trovare una chiave di lettura. Più volte sono tornata a sfogliare pagine appena lette, nel tentativo di trovare un dettaglio che mi fosse sfuggito. Sembra quasi un modo di comunicare interrotto che rende difficile un percorso lineare, che ti allontana dal Castello e quindi dal tuo obiettivo. Credo che questa indeterminatezza quasi epidermica e viscerale, costretta all’interno di una struttura dai contorni ben definiti come l’architettura e gli spazi abitativi descritti nel Castello, sia entrata a far parte del mio lavoro. Roberto Calasso in K scrive: “ Il Castello non richiede atti specifici di devozione. Ma presuppone un assenso inscalfibile al suo ordine. E si vendica come la natura, se una delle sue equazioni viene messa in dubbio.”

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, video-still VirtualReality. Progetto sonoro di Francesco Fonassi. Courtesy smART polo per l’arte