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14/03/2018

Mottenwelt I alla Galleria Marcolini di Forlì – Conversazione con Silvia Giambrone e Mustafa Sabbagh

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La mostra è una prima verifica compiuta dalla Galleria Marcolini sull’estetica dell’accantonare. Archivi involontari, interni logori e oggetti desueti costituiscono la consunta ontologia del Mottenwelt, il “mondo di tarme” citato da Goethe nel Faust.
Anche in questa mostra come in altre passate, l’idea a monte del progetto nasce dalla rilettura di un libro: Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, di Francesco Orlando, un classico della critica letteraria pubblicato nel 1993. La mostra intende essere quasi un complemento al libro, un micro-apparato di immagini capaci di rappresentare le cifre nascoste dei nostri archivi identitari.

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Cosa significa lavorare su un tema letterario, cosa si va a cercare in questi casi nel rapporto tra le arti?

Silvia Giambrone: Credo che si tratti di ascoltare il silenzio tra le pieghe del linguaggio. Di fare quella operazione di traduzione che è sempre, innanzitutto e inevitabilmente un tradimento. La letteratura offre la possibilità di abitare le cose che tacciono, che amano vivere in clandestinità per molto tempo, di riconoscerle con sgomento e perfino riluttanza. Renderle immagini, per quanto mi riguarda, è come lanciare una moneta in un pozzo e aspettare di sentire il suono dell’affondo per essere certi che il mondo esista ancora e tu con esso. E poi con la moneta andar giù.

Mustafa Sabbagh: Quella comune, intima matrice che rende arte le arti. In un dialogo del 1972 per la tv olandese tra Chomskij e Foucault, la discriminante per riconoscere la natura umana è, per Chomskij, l’estro creativo, da declinarsi in qualsivoglia medium espressivo. La mia ricerca muove spesso dall’intimità con un libro, spesso un classico, che lego al nostro consunto zeitgeist. Lavorare su un tema letterario per un artista non è altro che un fenomeno di traslazione… purché partenza ed arrivo siano arte.

Nella resa finale di un oggetto cosa cerchi? Intendo nella resa del suo stato d’animo, i toni, le atmosfere, e come pensi che questo possa o debba spostarsi per andare incontro ad un referente richiesto dal curatore, che sia letterario o astratto?

Silvia Giambrone:  E’ molto importante per me il modo in cui l’oggetto si rivela. Mi interessa la sua ‘emanazione’, l’aura, la qualità estetica che porta con sé una dimensione narrativa, fondamentale per la lettura dell’oggetto. Gli oggetti che metti al mondo ti somigliano e ti tradiscono e in quel tradimento c’è uno spazio di contrattazione con il referente di cui parli. Come tutte le negoziazioni poi può avere destini molto diversi. E’ un terreno scivoloso quello della richiesta curatoriale e va di certo valutato caso per caso, occasione per occasione. Delle volte ci si trova davanti a richieste che appaiono estranee alla propria poetica, e può trattarsi di un curatore che non abbia capito bene il lavoro oppure di uno che dall’oggetto è stato guidato in una direzione inaspettata anche all’artista. Come tutti gli abusi, anche questo può avere delle potenzialità insospettabile, dipende dalla natura della connivenza.

Mustafa Sabbagh: Trovo anti-etica un’estetica priva di etica. Di conseguenza, annullerebbe la dinamica dell’etica un processo estetico al contrario. Non può essere arte se la si offre in compiacenza di una data committenza curatoriale, per quanto alta essa possa essere. Una giusta dinamica curatoriale deve muovere dall’arte come tesi per riuscire ad approdare alla sua sintesi.