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05/03/2018

Conversazione con Mauro Di Silvestre – Il riaffiorare dalla memoria e l’horror vacui

179 Omaggio a Hemingway, 2016, oil on canvas_sml

Dal Sito di Mauro Di Silvestre: Le opere di Di Silvestre sono caratterizzate da una sovrapposizione visiva fatta di pattern decorativi che emergono su immagini evocate dalla memoria intima e personale. Le immagini da lui rappresentate nascono da gesti, volti e figure di origine mnemonica che svaniscono e riappaiono dietro la coltre di un motivo che spesso le fa trasparire o intravedere.

Vorrei chiederti cosa significa per te sovrapporre e far affiorare dalla memoria?

Innanzi tutto, se partiamo proprio dalla memoria, noi tutti sappiamo che quel che ricordiamo del nostro passato, non è mai una cosa ben definita. Quando cerchiamo qualcosa nell’immenso archivio della nostra mente, nel nostro passato remoto, ma anche in quello più vicino a noi, le immagini o le sensazioni che riaffiorano nella nostra testa non sono mai definite, non sono mai veramente a fuoco. Nessuno di noi potrebbe scrivere la propria biografia ed essere preciso nei dettagli, nelle date e nei fatti basandosi soltanto sulla sua memoria. Il ricordo che abbiamo delle cose, prossime o recenti, si intreccia sempre a delle convenzioni, ipotesi, approssimazioni, si sovrappone ad altrettante immagini molto forti che appartengono ad altre esperienze e che inquinano i nostri pensieri quando cerchiamo di ricordare. Le sovrapposizioni per me sono il tentativo di dare forma a tutte quelle immagini che prepotentemente arrivano in maniera disordinata alla mia testa, nel mio cervello. Immagini dell’inconscio alle quali cerco di dare ascolto, e che tento di “trascrivere” sulle mie tele con l’aiuto di pennelli e colori. Sono immagini spesso enigmatiche persino a me, anche se cerco sempre di dargli un significato.

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Qual’è il tuo rapporto con il vuoto, con lo spazio? La tela nasconde un horror vacui?

L’horror vacui che emerge dai miei lavori è evidente, non lo nego. Quando penso a un’opera, rifletto costantemente anche sulla limitatezza della nostra vita, non nascondo una sorta di timore a lasciare uno spazio vuoto. Forse è la paura di non fare in tempo a raccontare abbastanza e cerco di riempire ogni angolo della tela, con l’intento di trasmettere più informazioni possibili. Lasciare un vuoto sulla tela sarebbe un’opportunità mancata, come una possibilità, non sfruttata, quella di mostrare un altro frammento di me, un altro pezzo di storia. Spesso sono le decorazioni delle carte da parati che tappezzavano completamente la mia casa dove sono cresciuto che si espandono come una ragnatela su tutta la superficie. E’ proprio da quelle decorazioni che cominciavano i miei primi viaggi immaginari; erano le mie foreste e le piste, i tracciati dove far correre le mie automobili e oggi quei disegni sono come un filo che tiene legate le mie storie, una griglia per intrappolare per sempre i miei ricordi.
Ma questa voglia di riempire tutto, di raccontare forse troppo, la vivo anche come un limite, un ostacolo che mi riprometto ogni volta di superare. Mi piacerebbe alleggerire la mia pittura, essere più veloce, dare la possibilità a chi osserva, di penetrare meglio nell’opera, ma la volontà di rendere i miei quadri meno pesanti entra spesso in conflitto con l’ossessione di invadere lo spazio. Tutto questo riporta al mio eterno dilemma: è più importante raggiungere una leggerezza formale per permettere a chi osserva di penetrare meglio nelle mie opere o assecondare il mio impulso nutrendo così la mia ossessione?