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02/02/2018

Conversazione con Antonio Arévalo – Le terre di nessuno – Raccolta di poesie

arevalo

Antonio Arévalo (Santiago del Cile, 1958) è poeta, curatore d’arte e organizzatore culturale. Giovanissimo abbandona il paese in seguito al colpo di stato del generale Pinochet e si trasferisce in Italia, dove pubblica i primi versi e inizia a entrare in contatto con il mondo della letteratura e dell’arte. Tra le sue raccolte e plaquettes poetiche, in cui spesso si alternano la lingua spagnola e quella italiana, si ricordano: Las tierras de nadie  (1980); El Luchexilio (1981), Extraño Tipo (1982), Domus Aurea (1985), Mansión de sombras (1990), Domus Aurea 1-2 (1996). Ha curato importanti esposizioni di artisti contemporanei internazionali in diversi centri e anche presso la prestigiosa Biennale di Venezia. Dal 2014 è Addetto culturale presso l’Ambasciata del Cile in Italia.

Le terre di nessuno è una raccolta poetica di Antonio Arévalo – artista a tutto tondo, considerato uno dei maggiori intellettuali della cultura cilena (e sudamericana) contemporanea – che racchiude i versi scritti tra il 1980 e il 2016.

 

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-Tu appartieni sia alla poesia che alla critica d’arte, in che modo questi due ruoli si influenzano l’uno con l’altro. Quali le differenze nell’approccio ai due tipi di scrittura?

-Fare poesia per me è stato prima di tutto un atto di auto-affermazione. Un modo di affermare una presenza, un esserci per diritto proprio, indipendentemente da ogni licenza e convalida altrui. Ma è qui che interviene l’inevitabile atto di affermazione, il disegno della propria identità. È qui che lo specifico cileno, la memoria di un presente/passato di assenza, di esilio, affiora in termini di estrema concretezza, disseminando il discorso di cose che lo fanno più simile a una mappa sulla quale sono incisi i percorsi di una sofferta condizione collettiva piuttosto che ad un solitario cammino di una soggettività esasperata. Io sentivo, avevo fame di collettività.
Finivano gli anni ottanta e cominciavano gli anni novanta. La Guerra del Golfo scompaginava un certo humus. La crisi economica, sentita anche nel mondo dell’arte, creava un muro nelle relazioni fra le istituzioni pubbliche e quelle private nel promuovere la cultura e la “galleria” smette di essere la protagonista, facendosi da parte e modificando il proprio status nel sistema.
Per me è stato fondamentale, per capire il ruolo del curatore, l’aver visto la Biennale di Venezia del 1993, dove accanto a un’idea propria di arte, Achille Bonito Oliva ci offriva la scena internazionale; una scena che si è protratta nel tempo e che continua ad essere quella che ancora oggi è la più incisiva. Quell’intuizione non la si studia in Accademia, è frutto di una grande esperienza poetica e relazionale che ammiro.
A Roma bisognava ricominciare tutto da capo e il mio atteggiamento era quello di sentirmi responsabile di quello che non accadeva, con la volontà di farlo accadere. Partecipai attivamente a tre momenti che per me sono stati illuminanti: il primo fu Projeted artists – obiettivo: Roma, una serie di eventi ideati da Stefania Miscetti e dalla Galleria “2RC”, che coinvolgevano la capitale, dove, oltre alle tradizionali esposizioni di artisti contemporanei, venivano eseguite proiezioni di luci e immagini d’arte (William Kentridge & Doris Bloom, Maurizio Pellegrin, Yoko Ono, Paolo Canevari, Nancy Spero).
Il secondo, Martiri e Santi, fu ideato da Fabio Sargentini nella Galleria l’Attico, dove per tre mesi tutti i giorni (tranne la domenica) un artista e uno scrittore e/o critico, si confrontavano con il muro principale della galleria. Tutti dicevamo che era una pazzia, ma tutti, tutti i giorni, almeno per cinque minuti, passavamo li.
Il terzo, era dicembre 1995, fu SupermercArte dove accanto alla frutta e la verdura piazzai opere di cinquanta artisti che operavano a Roma, dicendo che l’arte come l’olio era un prodotto di prima necessità.
Io penso che sia compito di ogni operatore della contemporaneità il capire tutto quello che fa parte del sistema, dallo studio della comunicazione, ai finanziamenti, alla produzione. Una prassi obbligata. Quello che al massimo può fare una scuola è indirizzare. Mostrare è compito dell’operatore, curatore, ecc., così come svelare, corredare, amplificare… Ci devi aggiungere le tue letture, il tuo vissuto, le tue affinità, le tue aspettative.