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23/11/2017

Il tempo e la voce di Giuseppe di Bella e Enrico Coppola

Guest

Operatori di altri settori della cultura raccontano il loro rapporto, le influenze e le affinità e le divergenze con le arti visive e figurative

 

Il Tempo e la Voce
Musiche da “ La Scuola Poetica Siciliana” di Giuseppe di Bella e Enrico Coppola
L’idea di questo progetto è sostanzialmente quella di collegare fra loro diversi momenti culturali, e diverse discipline, a partire dalla radice comune del nostro patrimonio in contrasto col tempo. Tutto è nato dalla volontà di fare rivivere i testi della scuola poetica siciliana, di quella scuola poetica da cui la lingua italiana è nata, da cui la letteratura italiana è nata. Il fatto di pensare che fosse nata proprio nella nostra lingua, che è il siciliano, anche se un siciliano colto e medievale andato perduto, è stato il primo motore, la volontà di riconquistare una consapevolezza del suo valore nell’oggi, nel contesto più imminente dove riaffermare la centralità del mediterraneo e dei suoi flussi non è affatto scontato linguisticamente, musicalmente e culturalmente.
Da qui abbiamo selezionato dodici testi, tra gli autori più noti e perfino gli anonimi, per convertirli dalla versione toscanizzata all’ipotetico originale attraverso il riferimento a un centinaio di opere, letterarie e non, di epoca coeva o poco più tarda da cui abbiamo tratto termini del volgare siciliano antico per ricostruirne quella che doveva essere la prosodia, la musicalità originaria.
Questo lavoro sui testi ha peraltro ricevuto riconoscimento di valore da parte del Centro di Studi Linguistici e Filologici Siciliani.
La musicalizzazione richiedeva ancora maggiore responsabilità, poiché il senso non era quello di ripristinare come nella filologia musicale o nel “revival in stile classico o etnico- popolare” il “suono” antico, ma renderli di nuovo attuali, vitali attraverso una forma autoriale della canzone che nel sovrapporsi ai testi ha trovato di suo una sorta di nostalgia armonica e melodica di quel tempo, ma che rimane più legata a un mondo di riferimento vicino a noi.
La nostra operazione non è meramente estetica, porta in sé una componente provocatoria. Mentre tutti competono in un quadro dove si impongono solo l’esaltazione narcisistica e l’aggressività spesso slegate dai contenuti, noi ci chiudiamo in quella che secondo la tradizione è la “torre dei poeti”, cioè la Torre di Federico II a Enna dove è stata effettuata in larga parte la ripresa del suono, e ricerchiamo un passaggio di umanità resistente trasmessa da quella poesia medievale fatta di sentimenti altissimi e quasi impossibili da concepirsi per noi che siamo un piccolissimo bersaglio rispetto al passato e alla sua multiforme umanità.

– Giuseppe, qual’è il tuo rapporto con le arti visive, pensi di esserne influenzato, nel momento della composizione e della creazione? Anche abbastanza da poter dire che le tue atmosfere possono avere un riscontro in un determinato artista?

Il nostro rapporto con le arti plastiche-visive è diretto e fa parte della nostra storia personale in modo diverso. Enrico è laureato in Storia dell’Arte e figlio dell’unico gallerista che abbia operato ad Enna in modo continuativo e sistematico. Io ho lavorato per diversi anni con la casa editrice d’arte “con-fine” di Bologna, per la quale curavo una rivista d’arte contemporanea internazionale e una collana di poesia. L’incidenza di questa esperienza sul mio mondo creativo, musicale, è stata complessa, un transfert quasi immaginifico, sinestetico. Da quando ho iniziato a occuparmi dello studio sulle arti visive, il mio modo di guardare alla scrittura, alla composizione e al ruolo della canzone, della composizione musicale, è cambiato radicalmente. Per me la canzone è una forma d’arte in cui i livelli e il sostrato sono tali e tanti da avere oggi la dignità e la forza della grande arte contemporanea.
Mi sono ritrovato a cercare nella pittura di Gerard Richter, per esempio, lo stesso “immediato” e la stessa restituzione di sensazioni e purezza formale che vorrei mettere nelle mie canzoni, nel rapporto osmotico fra testo e musica, in una campitura indefinita e astratta di toni e colori. Così come il cinema di Antonioni è la matrice di un silenzio sintattico in cui ogni figura diviene gesto e simbolo, e da questo silenzio, da questa sintassi ho sempre derivato il “tono” e la volontà di creare uno sfondo vuoto e bianco oltre la linea, la fascia musicale e verbale che metto in primo piano. Non è una forzatura estetica dire questo, sono davvero suggestioni che spesso mi aiutano e mi liberano più del semplice ascolto della musica altra (che tuttavia divoro) e mi ritrovo ad essere essere influenzato da cose “aliene” rispetto alla sintesi e al riflesso della musica stessa. Infatti quando abbiamo pensato a come dare vita attraverso il linguaggio video ai nostri brani, abbiamo subito pensato a una trasposizione che entrasse direttamente in un altro mondo, e lo abbiamo fatto innestando i topoi della letteratura di corte, con quelli del teatro di figura di Mimmo Cuticchio e delle sue marionette, un lavoro di sovrapposizione di cui siamo molto orgogliosi perchè identifica e amplifica in modo unico quello spazio di incontro culturale che trascende il tempo e le discipline, e dove convivono la maestria del gesto (qui privata della parola) e la valenza polisemica della lirica e del canto.
Bjork è il caso più eclatante di questa funzionalità che ha una doppia radice, in quanto non solo i suoi lavori sono sempre stati determinati e resi tridimensionali dalla direzione di suo marito Matthew Barney, uno degli artisti più rivoluzionari del terzo millennio, ma anche perchè già nella produzione musicale e nella scelta delle scenografie sonore, c’è in Bjork il correlativo non referenziale (in quanto musicale) di una cosmologia, di una alterità dello spazio e delle forme. C’è in tutto un filone di ricerca musicale, questa combinazione modale continua che descrive le fasi dellai rappresentazione, e cerca di eluderla al tempo stesso, per trovare una forma di espressione più originaria, quasi una condizione ascetica, maniaca, sacra. Il modo in cui il suono, i suoni, diventano immagine, o accedono nell’immagine attraverso la voce, attraverso la parola cantata, è un unicum, un canale di attraversamento e di invocazione che davvero si dipana come un filo che dalla Grecia dei nomoi (ovvero gli “affetti” musicali), giunge fino alla musicistica del novecento di Berio & company. Questo si esprime anche attraverso la monotonia, la riduzione della sintattica musicale all’essenza. Ne “Il tempo e la voce” questo rapporto è delineato e costruito attraverso la restistuzione al suono ambientale e contestuale dei versi, come a proiettare la veste olografica, la proiezione dei suoni di Giacomo Da Lentini nel vivo presente di un mondo che sconosce la corte, il dettato melodico rinascimentale, la ballata trattata come strumento di apertura comunicativa e interpretazione. Nel disco nuovo che stiamo realizzando, per esempio, oltre al mito c’è dentro molta “visione”, un humus iconico tra il teatro e il cinema, a formare la tessitura, un racconto polimorfo e concettuale, che può diventare avvincente come opera complessiva che avvolge o dovrebbe avvolgere l’ascoltatore/spettatore. (Giuseppe Di Bella)

– Enrico, con te vorrei parlare in qualche modo di ri-appropriazione e ri-contestualizzazione, un argomento che anche nelle arti visive è stato molto scandagliato e che voi proponete nella musica. Cosa significa e cosa ha significato riprendere qualcosa di molto antico e ri-aggiornarlo, riportarlo alla vostra epoca e al vostro stile?

Tutto sta nel chiedersi cosa sia il passato. Come per altre categorie che orientano la nostra vita quotidianamente, la risposta è molto meno rassicurante e univoca di quanto superficialmente non siamo disposti ad ammettere, se poi proiettiamo questo interrogativo nel campo delle arti, visive e non, le cose si complicano ancora di più. Per secoli, forse millenni, gli artisti hanno individuato nel passato un luogo in cui si collocavano, sul solco della continuità, i loro predecessori più o meno ingombranti, una sorta di tempio degli antenati con cui volenti o nolenti si doveva fare i conti in un rapporto di dipendenza, conflitto e crescita. Ciascuno poteva trovare il suo linguaggio, ma mai in rottura completa e radicale con la tradizione. Questo concetto è stato efficacemente espresso da Harold Bloom con il termine di Agone, cioè lotta: si precisava se stessi, i propri mezzi e la propria poetica in un rapporto di emancipazione e conflitto con gli antichi. I più grandi maestri del passato, siano stati essi più o meno innovativi e rivoluzionari, hanno imparato a esprimersi copiando per generazioni nelle botteghe, dove si sono formati sugli stessi temi iconografici dei loro predecessori, eppure tra un’Annunciazione del Beato Angelico e lo stesso tema rappresentato da Piero Della Francesca o Lorenzo Lotto c’è una distanza abissale. La stessa cosa accadeva in letteratura e in musica. Con le avanguardie, il contemporaneo e il post- moderno tutto ciò è venuto meno, il passato è diventato un luogo da rifiutare o un mosaico esploso e senza senso di monadi per lo più incomprensibili. Per alcuni è un oggetto idilliaco in cui fuggire le ansie e le frustrazioni del presente, oppure un paesaggio nel quale ricercare le proprie cosiddette radici in un recupero che si carica della falsa dialettica tra locale e globale. Mi riferisco, per esempio, al fenomeno della World music in cui tutte le contraddizioni di questa dicotomia artificiale vengono alla luce. In altri casi assistiamo alla crescita della retorica del territorio, spesso condotta al limite del grottesco dalle istituzioni, fino ad arrivare ai recentissimi nazionalismi riproposti in chiave regionale e iper-particolaristica.
Tornando alla domanda iniziale e cioè cosa voglia dire oggi ri-appropriarsi di e ri-contestualizzare il passato, sicuramente possiamo dire cosa non bisognerebbe più fare perché ormai se ne sono perse le ragioni in un gioco sempre più stanco. Il senso, per esempio, dell’album Il tempo e la Voce cioè di un’operazione come quella di selezionare alcune liriche della Scuola Poetica Siciliana, restituire in base a un lavoro di ricostruzione la loro veste linguistica originale e metterle in musica, non è una manovra nostalgica di rifugio nell’antichità, un gioco filologico erudito, un manifesto di ritorno all’ordine, un’ elaborazione post-moderna di attualizzazione in chiave world o etno-world, e ancora meno è una anacronistica rivendicazione campanilistica di primati culturali territoriali. Il tentativo è quello di riannodare i legami con i nostri predecessori, siano essi grandi maestri o minori, siciliani o toscani, con quella visione, spesso nemmeno storicistica o lineare, che permetteva loro di rendere il materiale della tradizione vivo, moderno e sempre prolifico. Il passato è uno specchio nel quale il presente si vede riflesso e si precisa dialetticamente, e ogni epoca, tranne forse la nostra che ne ha troppe o nessuna, ne ha una visione preminente. Quando Dante fa di Virgilio il suo maestro, ha un’idea della sua figura e della sua opera assolutamente non realistica, ammesso che quella che ne avevano nel Rinascimento o che ne abbiamo oggi lo sia di più, eppure Virgilio nella Commedia è un personaggio in cui una parte di Dante si specchia, è un padre, una figura commovente e reale. Quello che penso è che oggi ci sarebbe bisogno di scrivere di tanti Virgilio, siano essi poeti mantovani o figure mitiche e letterarie che ci dicano chi siamo, una domanda che non siamo più disposti a sopportare facilmente. (Enrico Coppola)