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02/11/2017

Video killed the radio star di Silvia Giambrone

“Video killed the radio star mostra le immagini degli attacchi terroristici dell’ISIS come se fossero incidenti domestici. Quest’opera mette l’accento sulla violenza mediatica a cui si viene esposti di continuo che contribuisce ad anestetizzare lo spettatore piuttosto che a stimolarne la coscienza.” Sito Silvia Giambrone
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L’ISIS quotidianizzata ha in sé un particolare germe. Non si tratta del quotidiano che viviamo. Non nelle città, non all’interno della famiglia. Non si tratta nemmeno dei report di guerra a cui ci si assuefà. Sebbene si tratti della visione televisiva che ci parla del “resto del mondo”, le notizie estere, non si tratta nemmeno di questo. Le immagini dell’ISIS hanno uno strano e peculiare referente. Qualcosa di vicino, un certo quotidiano “bestiale” di campagna, conosciuto dai cittadini solo nell’immaginario. Qualcosa di noto che in città davanti al bancone del frigo di un supermercato tendiamo a rimuovere: il maiale appeso, l’animale sgozzato dal contadino. Si tratta della normalizzazione della carne, del vivere di carne che è cibo ma prima era essere vivente. Un certo senso di “crudo”. Applicato alla guerra e all’uomo diventa però tutt’altra cosa. Contrariamente alle vittime di una bomba o di un mitra permane qualcosa di vicino: è materico. L’immagine nominata “dall’estero” nel suo distanziare non riesce a non tradire questa materia.

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Si diceva nel processo al libro di Burroughs per oscenità che il “Pasto nudo” è un attimo congelato, quel momento esatto in cui ognuno vede esattamente cosa c’è sulla punta della forchetta.

La tesi è di Norman Mailer, scrittore che si è occupato di testimoniare a difesa del libro. Mailer parla di una pittura dell’inferno. Tuttavia mi sembra che ci sia in questa definizione una peculiarità. Appare differente da quel che si intende di solito per “pittoricamente”, quasi sinonimo di baroccamente. Esposizione dell’inferno. In quel caso si trattava del male in terra visto come attimo di paradossale verità della terra stessa: desolazione, solitudine. Quel momento in cui noi si è carne e sangue e questo è tutto. La carne sulla forchetta è un animale, pelle strappata. Non un cibo. Ma da questa via si procede ancora più addentro, in fondo alla verità, fino al momento in cui siamo atomi, in cui il tutto è niente. Ancora da lì, esattamente da questo, fino all’astrazione e allo svuotamento.

Il video, è vero, uccide le star della parola, o meglio della radio e, a mio avviso, lo fa mostrandone una verità paradossale: l’essere corpo e sangue, acqua. Vitello appeso nella camera del refrigeratore. Questo si è: atomi, materia, niente.

Il carnefice, poi, è una bestia a sua volta, il peggiore: l’aguzzino. Insensibile e forse non intelligente animale da sopravvivenza: Jason, Mike Myers. Un capobranco cieco in una cieca velleitaria e forse inutile supremazia.

Rimane comunque qualcosa da Cronenberg. Questo lavoro prende il senso del materico, pastosa carne che nutre e si nutre, racconto di essa, e lo porta fino ad essere un dubbio esistenziale sulla verità. Cos’è vero? Cos’è narrato?

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Si aggiunga un elemento: il pop del terrore. Per nulla in maniera sarcastica. Non è un esorcismo dato alla psicanalisi, non avviene per sopravvivere, non è una parodia. Non è per niente un riso amaro o sarcastico. È, mi sembra, una reale attuazione (del terrore) popolarizzata. Profezia post situazionista della spettacolarizzazione del mondo, messa in scena del mostro.

una profezia del ventesimo secolo: la saggezza non arriverà mai” Guy Debord

È in scena, a mio avviso, addirittura un’assassinio della parola narrativa. Omicidio dell’analisi e della critica stessa. Il video che uccise le stelle della radio.