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20/10/2017

Ilaria Pilar Patassini – Conversazione su arte e musica

 

Guest

Operatori di altri settori della cultura raccontano il loro rapporto, le influenze e le affinità e le divergenze con le arti visive e figurative

Ilaria Pilar Patassini, cantante, autrice, interprete, performer, viaggiatrice.
Di formazione accademica e randagia ha all’attivo tre album a suo nome (Femminile Singolare 2007, Sartoria Italiana Fuori Catalogo 2011, L’amore è dove vivo 2015) e svariate collaborazioni discografiche e concertistiche in Italia e in Canada che spaziano dalla canzone d’autore al jazz, dalla world music alla musica contemporanea. Diplomata in Conservatorio in Canto e Musica da Camera, dal 2014 è docente di Interpretazione presso l’Accademia di Alta formazione Officina Pasolini di Roma. Affiliata carbonara delle isole e del mare vive tra Roma, Alghero e i Gate degli aeroporti.

 

Photo credit: Chris Drukker

− Possono esistere delle influenze nel tuo momento creativo, con un lavoro artistico (o un autore) che hai amato e immagazzinato? O con più di uno? Ovvero può esistere un rapporto tra la composizione di un testo musicale e le arti visive?

La miccia che mi accende la scrittura di un testo o di un’idea di progetto viene sempre prodotta da un’osservazione, esterna o interna, ma più spesso esterna. L’insieme armonico di una visione – sia di un’opera d’arte sia dei molteplici cahiers vivants del quotidiano – è di per se sempre completo, è già testo, già musica, non può più tradursi in qualcos’altro perché è già stato tradotto nella sua forma definitiva. A me quello che interessa è il particolare inserito nell’insieme, l’oggetto che resta in disparte e che sembra solo complementare. Ma è vero che, per esempio, la prima certezza di un nuovo progetto di inediti è spesso la copertina dell’album, e quindi l’alfabeto visivo; ma arriva come visione inedita, e non già osservata in precedenza.

– Esistono autori o lavori, nella Storia dell’arte, con cui senti più forte un’affinità elettiva, per temi, atmosfere o toni?

Caravaggio mi uccide ogni volta che gli sto davanti, le sue opere debordano, si offrono come un tavola imbandita a un affamato, non riesco a vederne i confini, non è possibile tentare per lui un contenitore. In questa impossibilità di contenimento mi ci sento dentro anche io, a volte questo fa il paio con la necessità di uno spazio bianco in cui muovermi, più spesso mi trova inquieta e alla ricerca di poche linee guida che mi facciamo da riferimento. Forse è anche per questo che per un Caravaggio che mi commuove e stordisce devo alternare il piacere di visioni più asciutte e minimali, non per contenuti, ma per forma.

– Artisti di riferimento arte contemporanea?

Silvia Giambrone e Tiziana Cera Rosco sono due artiste che stimo moltissimo, sono amica di entrambe ma proprio perché hanno intelligenza e sensibilità rare. Per me sono come due sorelle armate di bisturi, ogni volta che posso confrontarmi con loro ne traggo sempre molto stimolo, artistico e umano. Le loro opere sono sempre capaci di prendermi a pugni o di commuovermi. Lavorano con materiali diversi ma per entrambe pesa moltissimo la presenza della Parola; in questo senso capisco anche perché senta con loro maggiore affinità che con altri artisti. A Silvia e Tiziana la parola anticipa la visione, a me la musica. La loro è un’espressività pensata e di pancia dove la Violenza , l’Amore e il Mito vengono messi entrambi a nudo, ammiro il loro coraggio e cerco sempre di rubarne un po’. Fanno parte di una poetica che mi appartiene, di un lirismo che per sua natura è meno immediato del mio canto, che deve avere maggiore pazienza per essere espresso.
Un altro artista che mi piace moltissimo è Giuseppe Penone e i suoi legni naufraghi. Riesce ad essere grafico e naturalista a un tempo, le sue opere sarebbero in perfetta armonia dentro una scena di Blade Runner come dentro un documentario sulla savana africana. Penone riesce a governare e tracciare in modo cristallino il confine tra scultura e natura, a trovare anche una terra di mezzo, il suo è un bosco parlante, un legno autorevole e narrativo. Ogni ramo sembra stia per declamare un verso.

Le prime emozioni dell’arte?

La prima emozione fortissima legata alla musica è legata alla canzone “Balla Balla Ballerino”  di Lucio Dalla. Avevo 4 anni. Mi sembra curioso ma coerente che invece la prima fortissima emozione legata alle arti visive è stata ad Amsterdam, avevo 9 anni e non riuscivano a staccarmi da Van Gogh. Ricordo perfettamente di essere stata letteralmente ipnotizzata da “La veglia – 1889” . La ragione stava nel fuoco del camino, che mi sembrava si muovesse, scoppiettasse seriamente. Quelle pennellate così pastose poi, dense e commestibili. Credo siano due emozioni coerenti – dicevo – perché in fondo a pensarci bene Lucio Dalla e Van Gogh non sono così distanti fra loro, hanno deragliato da tutte le forme imposte creando le loro, personali, anarchiche, inconfondibili.

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