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04/10/2017

Tensioni strutturali – Conversazione con Angel Moya Garcia

Veduta dell’installazione “375 prepared dc-motors” Zimoun – Courtesy l’artista e Galleria Eduardo Secci – Tensioni strutturali #3
La trilogia Tensioni strutturali è articolata come un progetto organico suddiviso in tre mostre, indipendenti ma interconnesse tra di loro, che sono state presentate gradualmente negli spazi della galleria. La prima mostra, realizzata a febbraio 2016, si focalizzava sul ruolo centrale dell’individuo nella costruzione dello spazio percepito, attraverso installazioni ambientali di Carlo Bernardini, Monika Grzymala, Roberto Pugliese ed Esther Stocker. La seconda mostra, inaugurata a novembre 2016, analizzava le diverse possibilità della materia come elemento di rappresentazione attraverso i lavori di Davide Dormino, Diamante Faraldo, Andrea Nacciarriti, Marzia Corinne Rossi e Aeneas Wilder. In quest’occasione viene presentata la mostra che chiude la trilogia in cui le installazioni site specific di Daniel Canogar, Baptiste Debombourg, Levi Van Veluw e Zimoun si interrogano sui processi entropici dell’ambiente quotidiano.

Monika Grzymala Raumzeichnung (fusion), 2016 Installazione site specific, 5 km di nastro adesivo trasparente e nero – Dimensioni ambientali – Courtesy l’artista e Galleria Eduardo Secci – Tensioni strutturali #2

Oltre che un progetto organico e omogeneo di analisi, tensioni e sviluppo di forze, che già mi pare molto interessante, mi pare anche di poter dire che si tratti di un progetto che tiene conto non tanto, o non solo del valore concettuale di un lavoro, ma di quello estetico… ovvero che si arricchisca del suo stesso essere in mostra. In che modo un lavoro indaga uno spazio, un suono, lo spettatore o il disordine stesso e in che modo si situa nello spazio che lo ospita?

Credo che in questa tipologia di progetti entrambi le questioni siano indissolubili. Il valore concettuale e quello estetico si fondono senza soluzione di continuità nelle installazioni presentate. La cosa che più mi ha colpito in questo progetto è stato vedere come gli artisti hanno reagito agli input concettuali, declinandoli, personalizzandoli, facendoli propri in base alle proprie ricerche e alle proprie urgenze. In alcuni dei casi è stato anche uno stimolo per loro stessi a provare nuove restituzioni formali, per addentrarsi con minor timore in soluzioni che venivano sperimentate qui per la prima volta. Non si trattava in nessun caso di presentare installazioni spettacolari che potessero colpire solo ed esclusivamente per la loro forza estetica, bensì questo si poneva come trainante, come un primo elemento di attrazione che conduceva successivamente alla lettura dei diversi registri che ogni opera conteneva. Il fatto di essere, nella maggior parte, installazioni site specific, inevitabilmente effimere a causa della loro costituzione, ideate e realizzate appositamente per il progetto e per gli spazi della galleria, ha contribuito ad una libertà di sviluppo e ad una maggiore attenzione rispetto allo spazio che ognuno doveva “costruire”. Allo stesso tempo ha portato gli artisti a rapportarsi gli uni con gli altri per costruire un percorso che tenesse conto delle problematiche che di volta in volta si volevano affrontare.

Daniel Canogar. Basin – 2017. Schermo LEDs, componenti elettronici, struttura mettalica, computer. 96x145x32 cm. – Courtesy l’artista e Galleria Eduardo Secci – Tensioni strutturali #3

Immagino non ci fosse una vera e propria “tesi” da portare avanti e da dimostrare, il carattere della trilogia mi sembra più di ricerca, di indagine, anche di analisi. C’è già qualcosa che ti sembra già di aver “scoperto”? Pezzettini, diciamo così, di critica d’arte che non avevi pensato all’inizio del progetto?

Naturalmente non c’era nulla in particolare da “dimostrare”. Quello che mi interessava era aprire tre indirizzi di ricerca, diversificati ma accomunati dal tentativo di chiarire il ruolo dell’individuo nella contemporaneità. Un progetto come un percorso di studio, di analisi e di verifica. In particolare la necessità di indagare sul come i soggetti si trovino in uno spazio di azione costretto e sempre più limitante che, a mio avviso, occorre riattivare deformandolo, stravolgendolo e moltiplicandone le prospettive. In secondo luogo il vano tentativo di misurazione e di categorizzazione di cui bisogna liberarsi per seguire le proprie ossessioni individuali e cercare di allontanare i fantasmi del consenso e, infine, la necessità di assumersi la responsabilità, di accettare la mancanza di un ordine unico, stabile e statico che possa regolare non solo la realtà, ma anche la vita quotidiana.

Sono molto attratto da questo punto: le ossessioni individuali. Ci sono quelle estetiche, quelle concettuali e quelle critiche. Fino a che punto possiamo poggiare l’individuo, e di conseguenza noi stessi, sulle ossessioni lavorative e fin dove spingerci o tirarci indietro nella ricerca di queste? Un’operazione artistica riesce anche a misurare i limiti di noi stessi? Dovrebbe spingersi oltre?

Tutti abbiamo delle ossessioni, alcune diventano maniacali, altre più sottili, ma solo gli artisti, i poeti e le persone con una spiccata sensibilità non solo sanno fare di queste un lavoro, ma soprattutto riescono a canalizzarle, veicolarle e trasmetterle. Gli altri dobbiamo irrimediabilmente convivere con esse, tentando di non essere sopraffatti o, in alternativa, accettando di lasciarsi andare per essere cullati o accompagnati lungo il nostro percorso. Sono convinto che senza ossessioni e senza il suo inseguimento costante non potremmo vivere, sicuramente io non saprei vivere. È qualcosa che non dovremmo fermare o incapsulare, ma incanalare e rincorrere perché l’alternativa è solo una vita di frustrazione e di avvilimento. Le operazioni artistiche non devono misurare i nostri limiti, devono crearli, instaurarli, fondarli in modo da invitarci a scegliere se valicarli per rischiare e per conoscere chi siamo o se restare fermi nelle nostre convenzioni e nelle nostre usuali, noiose e false sicurezze. Allo stesso modo non devono spingersi oltre, loro creano istantanee del presente, anticipandolo per comporre visioni, per offrire suggestioni, per aprire problematiche o per porci delle domande. Spetta a noi riconoscerle e interpretarle, voler assumere l’urgenza e la necessità di rispondere.

 

VAI AL PROGETTO TENSIONI STRUTTURALI #3

 

Angel Moya Garcia (Cordoba, Spagna, 1980) è critico e curatore d’arte contemporanea. Laureato in Storia dell’Arte presso l’Università di Córdoba e con studi in Filosofia presso l’Università di Salamanca, è attualmente Co-Direttore per le Arti Visive della Tenuta Dello Scompiglio a Lucca, consulente esterno della programmazione della Galleria Eduardo Secci di Firenze e socio dell’IAC – Istituto di Arte Contemporanea in Spagna. La dimensione fondamentale della sua ricerca si centra in modo quasi maniacale sul concetto di identità, sulla collettivizzazione dell’individuo e sulla decostruzione del soggetto nella filosofia contemporanea. Allo stesso tempo affronta interrogativi sulla trasversalità, attraverso l’analisi dei confini e l’identificazione e l’approfondimento di convergenze e linee intersecanti nelle diverse pratiche della contemporaneità, con una speciale attenzione verso i linguaggi installativi e performativi.