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04/10/2017

Il digital design e l’arte – Conversazione con Ciro Esposito

Guest

Operatori di altri settori della cultura raccontano il loro rapporto, le influenze e le affinità e le divergenze con le arti visive e figurative.

Nel tuo lavoro di grafico c’è almeno un artista o più di uno da cui trai spesso spunto? Per lo stile o per caratteristiche?

Leggendo questo domanda non sapendo bene come rispondere ho cominciato a pensare a chi seguivo davvero, di chi leggevo news e informazioni. Ho preso alla lettera la parola “seguire” (nell’accezione contemporanea) ho aperto Twitter, Instagram, Facebook e ho scoperto che non seguivo nessun artista. Nel senso di artista che fa arte. Arte nel senso di arte contemporanea (a parte amici, chiaramente). Ci sono rimasto male.
Ho cominciato a cercare meglio e a segnarmi delle note per capire a chi mi ispiro, chi mi piacerebbe essere o cosa mi piacerebbe fare (delle cose fatte da altri). Ho notato che spesso non sono necessariamente ispirato dalle opere di qualcuno, ma di come quel qualcuno conduce la propria vita lavorativa/professionale (o una parte di essa). I pensieri però sono ancora confusi.
Ad esempio Sagmeister. Non è un artista, ma neanche proprio un grafico. Non mi piacciono molte sue “opere”, non mi piace e non condivido sempre quello che dice, ma mi piace come le fa. Mi piace molto lo spirito con cui si approccia, questo suo non prendersi troppo sul serio (o almeno è quello che sembra) dove tutto è permesso e vale tutto. Non si capisce mai fino a che punto quello che fa è una provocazione o se lo trova semplicemente divertente, ma è interessante. Come è interessante il chiudere ogni 7 anni lo studio, che rientra nella questione del non prendersi sul serio. Tutti a casa e via per un anno sabbatico, per poi ricominciare da capo. Come dire: la vita (come i suoi clienti) andrà avanti anche senza di lui.
C’è poi John Maeda, diversissimo da Sagmeister, per carattere e approccio. Di lui condivido molto di più le cose che dice e le cose che fa. Mi piace il suo modo di “vendersi”, meno presenzialista e centrato su se stesso (anche se chiunque in questo campo sarebbe “meno” di Sagmeister). Più che parlare di sé e del suo lavoro parla con il suo lavoro, che sia design, consulenza, libri, report.
Poi scrollando i vari Twitter e Instagram ho notato che seguo anche Miranda July. Lei è un’artista “vera”, ma delle sue cose video-artistiche so poco. Ho letto i suoi libri, ho visto il suo film famoso, ma più che i suoi lavori mi ispira lei. Come gestisce la sua comunicazione, come si approccia ai suoi progetti, dalla newsletter all’uso che ne fa del digitale, passando anche per il cinema e i libri.
Sempre scrollando mi sono accorto che seguo e mi ispiro a persone che non sono famosissime. Note magari solo a una ristretta cerchia relativa al loro ambito. Sono il classico esempio di persona slash: blogger / artista / illustratore / fotografo, etc…
Faccio qualche nome, ne potrei fare tanti, giusto per dare un riferimento. Seguo sempre con interesse cosa fanno persone tipo Anthony Burrill, Frank Chimero, Craig Mod, Richard Perez, Jean Jullien. Seguo i loro lavori di design, di illustrazione, gli scritti, i saggi e i loro lavori collaterali. Trovo molto d’ispirazione anche il percorso di Scott Hansen, partito come web designer, poi come blogger e ora come musicista elettronico con il nome Tycho. Il suo ultimo album era pure candidato agli Emmy.
Tornado a Sagmesiter mi è venuto in mente che un paio di anni fa si candidò a un premio per D&AD che però si oppose dicendo: ma questo non è design, è arte. Sagmeister protestò, non ricordo quanto andò per le lunghe la cosa, ricordo che alla fine lo inserirono e vinse uno dei primi nella categoria tipografia.

Sono molto attratto da quest’ultimo punto, ci sono per te dei criteri di divisione o non ci sono in una maniera poi così netta? Esteticamente parlando, qual è, per te, il criterio per distanziare arte e design?  Si intende che ritengo che la sola estetica non sia un criterio.

Infatti la bellezza non è necessariamente arte, altrimenti che cosa si può fare più di Michelangelo o Raffaello. Il muro al confine tra arte e design forse è saltato. Da qualche anno ormai il graphic design è entrato nei musei e nelle gallerie d’arte. Nel 2012 il MoMA ha cominciato ad acquisire caratteri tipografici, ma anche in passato si è dedicata al graphic design e ormai possiede migliaia di progetti grafici. Senza più controlli alla frontiera, c’è sicuramente una prima fase di confusione. Ad esempio i non addetti ai lavori potrebbero talvolta non capire la differenza tra il manifesto della mostra e i manifesti che sono la mostra, con il rischio di giudicare il graphic design solo da punto di vista estetico; ma il graphic design è legato più a un problema da risolvere che all’estetica. Un problema di comunicazione o di informazione. Come diceva qualcuno, l’arte pone domande, il design da risposte. Il graphic design poi è anche una questione di procedure e riproducibilità. Senza voler scomodare il buon Walter Benjamin, quando si fa design si progetta un artefatto, ma anche un sistema per riprodurre quell’artefatto. Si progetta quindi come deve apparire, ma anche il modo in cui dovrà essere riprodotto velocemente e facilmente. Si progettano processi, un workflow, direbbero gli inglesi. Diceva Steve Jobs, e qualcuno altro prima di lui: «il design è come funziona».

Ciro Esposito vive tra Catania, Napoli e Milano. Si occupa di Digital Product Design. Ha fondato, segue e cura un servizio digitale per la gestione di eventi, Metooo, e un magazine online, Tiragraffi. Invia una newsletter domenicale su design, tipografia e web: Dispenser.Design. È docente di Web Design presso l’Accademia di Belle Arti di Catania.

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