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03/10/2017

Dalila Cozzolino e la performance

Guest

Operatori di altri settori della cultura raccontano il loro rapporto, le influenze e le affinità e le divergenze con le arti visive e figurative.

Dalila Cozzolino. Diplomata all’Accademia Corrado Pani di Roma diretta da Annabella Cerliani, continua la formazione portando avanti un percorso parallelo (laurea in Filosofia, Università La Sapienza; Master in Editoria) e approfondendo lo studio della recitazione con diversi autori e registi (tra cui Jean-Paul Denizon, Pippo Delbono, Saverio La Ruina, Davide Enia, Roberto Latini, Elena Bucci, Lucia Calamaro). Studia doppiaggio e canto. Fonda Compagnia Ragli ed è interprete degli spettacoli tra cui il monologo L’Italia s’è desta (Premio Miglior Attrice Premio Centro, Premio Festival Uno Firenze, Teatropia Siena, Premio Restart Antimafia, Premio Politicamente scorretto, Premio La Cantina delle Arti, Miglior Attrice festival XS Salerno) e Ficcasoldi (Premio “Giovani Realtà del Teatro”, Civica Accademia Nico Pepe, Udine 2013). Collabora con altre compagnie teatrali (tra cui Scena Verticale, Zabalik, Pantarei Teatro, Teatro Senza Tempo), recita in lingua inglese dopo la formazione a Bray, Dublino (Irish Literature School) e in una collaborazione con Kairos Theater, New York City. Nel 2015 è performer in Nobody’s room dell’artista Silvia Giambrone e nel 2016 in La luna in folle dell’artista Adelita Husny Bei, Premio MAXXI 2016. Nel 2017 è attrice nell’opera L’Oca del Cairo di W. A. Mozart, regia Davide Enia, Teatro Massimo Palermo. Vince il Premio Hystrio alla Vocazione 2017.

– So che hai lavorato, professionalmente, a performance di artiste della scena contemporaneamente… avevi già una conoscenza, una passione in proposito o è venuta strada facendo? Quali differenze hai riscontrato nella recitazione che ti veniva chiesta rispetto a quello che abitualmente ti viene richiesto nel teatro e come ti sei trovata?

Prima che ne facessi parte in prima persona, non avevo una vera e propria passione per la performance: avevo molto domande. Quando mi capitava di assistere ad una performance, l’apprezzavo, certo, a volte me la portavo a casa continuandoci a pensare, a volte mi commuoveva ma, prima di tutto, mi provocava un’oscillazione morbosa di domande. Tutte ruotavano – forse banalmente, si potrebbe dire, ma non è affatto così – sulla differenza tra il performer e me, che me ne sto in teatro. Sulla definizione “aperta troppo aperta” di performance non mi fermo, solo voglio dire che oggi c’è il primato del performer. Anche a teatro ci chiamano “performer” e io non sono d’accordo. C’è questa superba idea che il performer sa fare tutto, l’attore sa solo declamare. Non è così. L’attore deve saper fare tutto quello che gli viene chiesto sulla scena e quando mi chiamano “performer” a teatro, rispondo immediatamente che sono un’attrice, in teatro. Poi Silvia Giambrone, artista che stimo moltissimo, mi ha chiesto di far parte della sua performance Nobody’s room. Ne sono stata felice, è un lavoro poetico. Qui ho cominciato a darmi qualche risposta e a farmi altre domande. La prima cosa che ho sentito è che, nel caso della performance, ci si sente più esposti. Esposti anche nel senso di far parte di un’opera, mettersi nella disponibilità di essere visti, di essere guardati, in modo diverso da come accade in teatro. E’ prima di tutto qualcosa che ha a che fare con lo spazio. Ti assicuro che lo spazio, per un attore, è molto importante. Lo ‘spazio – da’ qualcosa e dagli altri. E lo spazio dal pubblico. In teatro abiti lo spazio come se ti stessi muovendo in un elemento diverso e ti senti più al sicuro. Il pubblico è, quasi sempre, lontano o comunque fermo in uno spazio diverso dal tuo. Nella performance non è così e lo spazio è poco, anche se stai in una sala molto grande. Lo spazio della performance assomiglia di più a quello della vita, sei più vicino a chi ti sta guardando, più vulnerabile, più indifeso. Ti porti tutte le inibizioni che sul palco lasci fuori e fai fatica a vincerle; poi capisci che possono essere usate, queste inibizioni, e rispettosamente cominci a scenderci a patti. Essendo attrice hai paura che la tua azione venga vista come un’azione “da fare”, un’azione scritta, da recitare. Mi viene in mente Artaud quando dice: “tutto è sospetto, tranne il corpo”. Nella performance anche il corpo è sospetto. Abbandoni il mimetismo scenico e sei tu, stai nell’opera per muovere da essa, non considerandola un elemento conclusivo. Con Adelita Husni Bey (La Luna in folle, finalista Premio MAXXI 2016) è stato diverso, più rassicurante. Essendo una dimensione da set e avendo una telecamera davanti, mi sono sentita un’attrice, quindi più a mio agio negli spazi. Dovevamo dichiarare il pubblico, sapere di essere davanti ad un pubblico. La parte pre-performance è stata molto bella: Adelita ci ha chiesto di collaborare come compagnia anche intervenendo autorialmente alla sua idea; abbiamo creato insieme la nostra scena, c’era, diciamo, una sceneggiatura. Eravamo un’orchestra e abbiamo suonato bene.

-Sono due narrazioni molto diverse, a quanto capisco, due modi di pensare sia lo spazio che la recitazione.

Ci sarebbe molto altro da dire sulla narrazione e sul modo in cui l’attore la incarna. Anche nella performance c’è, senza dubbio, una narrazione. Senza generalizzare e rifacendomi alle mie esperienze, credo però che l’attore trovi il modo di tradurre la propria intimità, sensibilità ed espressione, il suo disequilibrio, insomma, in qualcosa di equilibrato. L’equilibrio è il ruolo, è la tecnica, è il testo, è lo spazio scenico. L’equilibrio è il mestiere. C’è spazio per il disequilibrio (perché l’attore è sempre se stesso) ma circoscritto in una convenzione. Nella performance si sta nel disequilibrio, e quindi in quello che si è, in modo un po’ spaventoso, senza l’alibi del dover-essere altro. Mi viene in mente Leo De Berardinis che diceva: “si recita nella vita. Perché recitare significa vivere fino alla consumazione un’esperienza per non avere più la maledizione di ripeterla”.

Guarda la Performance Nobody’s Room

Guarda il sito della Compagnia Ragli