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04/07/2017

Rosario Mastrota, il teatro e le arti visive

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Operatori di altri settori della cultura raccontano il loro rapporto, le influenze e le affinità e le divergenze con le arti visive e figurative.

Rosario Mastrota ha studiato filosofia all’Unical di Cosenza. Si forma con i Corsi di Formazione Teatrale di Scena Verticale con cui è interprete in diversi spettacoli e con cui collabora all’organizzazione del festival teatrale Primavera dei Teatri fino all’edizione del 2009 (Premio Ubu). Si perfeziona con Gigi Gherzi, Motus, Yves Lebreton, Massimiliano Civica, Alfonso Santagata, Riccardo Caporossi, Enzo Moscato, Pippo Delbono. Nel 2008 fonda Compagnia Ragli, per la quale scrive e dirige. Alcuni suoi testi teatrali (Fine, Salve Reggina!, L’Italia s’è desta, Panenostro e Ficcasoldi) sono finalisti o vincitori di molti premi nazionali per la drammaturgia. Pubblica una silloge di poesie Chiassi, per Pellegrini Editore e una raccolta di racconti Sciugarfrì, per Loquendo Editrice. I suoi testi Miniseria (premiato al Premio Letterario Nazionale Bukowski) e Panenostro, sono pubblicati in antologie letterarie (Nerosubianco Edizioni e La Tela nera), altri (L’Italia s’è desta e Salve Reggina!) sono pubblicati in Sciugarfrì [Loquendo Editrice] e sulla rivista Perlascena. Ha diretto due cortometraggi (Rosso, prodotto da River Film e Cultura, prodotto da Compagnia Ragli). Vive a Roma.

 

-Qual’è il tuo rapporto personale con le arti visive, so che ci sono lavori che hai svolto con artisti?

Come saprai l’espressione “arti visive” è molto ampio e spazia in troppi ambiti artistici. Io amo la scrittura e sono pochi quelli che le consentono di essere annoverata tra le arti visive ma a gran ragione io la considero tale, più che altro per la potenza che può raggiungere la scrittura nel restituire delle immagini al lettore. Per quanto riguarda le arti contemporanee ti posso raccontare l’esperienza di collaborazione artistica con Adelita Husny-Bei, avvenuta al Museo MAXXI di Roma. È stato un lavoro ambizioso, l’artista ha realizzato una piattaforma girevole, una sorta di luna piatta, sulla quale alcuni artisti (me compreso) interpretavano degli sconclusionati personaggi di pseudo-talent televisivi in un modo grottesco e assurdo. L’originalità del progetto visivo stava nel realizzare, durante l’esibizione pubblica all’interno del Premio MAXXI, un cortometraggio live. C’erano infatti disparate telecamere che riprendevano la performance mentre veniva replicata per il pubblico presente alla mostra. È stato un bel momento artistico, meta-cinema nella meta-arte. Mi sono divertito. L’esperienze più belle del mio percorso formativo le ho fatte, invece, con alcuni grandi maestri del teatro, tra gli altri mi piace ricordare il bellissimo lavoro fatto con Davide Iodice e Gigi Gherzi durante Terre Mobili o le fondamentali nozioni sulla storia della comicità fornite da Massimiliano Civica durante un suo laboratorio. E poi, dato che prediligo la poesia, che dire del poetico lavoro artistico realizzato a Genova (al Teatro dell’Archivolto) con Pippo Delbono e Pepe Robledo, un esercizio teatrale unico che prevedeva l’inserimento di circa 20 attori all’interno di uno spettacolo di repertorio della Compagnia di Delbono, intenso. E tanti altri, l’eleganza registica di Riccardo Caporossi, la potenza immaginifica di Alfonso Santagata, la forza drammaturgica di Saverio La Ruina. Ho preso insegnamenti da tutti loro, seppur molto diversi nella loro espressione artistica, infatti nel mio teatro può esserci qualche traccia di questi maestri. Dovrei fare come fanno sui quei biscotti dove scrivono “può contenere tracce di arachidi”, io dovrei scriverci “può contenere tracce di maestri”!

-Esistono delle influenze, delle affinità elettive tra il tuo lavoro e almeno un artista del passato e/o del presente? Esiste qualcuno che senti vicino dal punto di vista emozionale? Sto parlando da un punto di vista anche interdisciplinare.

Esiste un’influenza che mi piace definire “romantica”, si manifesta nel momento precedente alla creazione di qualcosa di artistico e si chiama Rossini. Che deve per forza viaggiare in coppia con qualcuno di molto importante per me: amo farmi suggestionare da Hieronymus Bosch, immagino di essere io stesso un dettaglio (o un’idea di dettaglio) in mezzo alla totalità delle altre idee presenti nei suoi quadri. Questo disorientamento romantico mi porta a razionalizzare e devo, per forza, ricadere sull’unico totem: Italo Calvino. Ed ecco leggerezza, temi sociali, storie riconoscibili e immediate. Per il teatro, Samuel Beckett e Harold Pinter mi influenzano da sempre, adoro la cinica sintesi del primo e la traumatica verità del secondo. Di entrambi invidio la capacità di descrivere il contemporaneo ingarbugliandolo in contesti futuribili. Oggi mi piace molto la scrittura di Fausto Paravidino, lo trovo sempre ineccepibile. Dal punto di vista emozionale conservo un bellissimo ricordo dei primi due spettacoli che ho visto, erano due attori semi-sconosciuti che oggi sono diventati dei Maestri, parlo di Ascanio Celestini e l’amico Davide Enia, gli spettacoli erano Radio Clandestina e Italia-Brasile 3 a 2, mi sono rimasti nel cuore. Io scrivo storie, quasi sempre originali, quasi sempre di fiction, quasi sempre specchio del contesto storico che (ahimé) vivo.

-Nel momento della composizione di un testo teatrale o della scelta di un elemento narrativo o della caratterizzazione di un attore possono esistere influenze visive? In che modo le arti si possono compenetrare?

Oggi in alcuni spettacoli c’è la tendenza a trascurare l’elemento narrativo a favore di un più efficace impatto visivo, il cosiddetto teatro delle immagini o teatro di regia; non lo amo particolarmente ma nemmeno lo biasimo, ritengo solo che sia un po’ troppo elaborato e rischia di allontanare lo spettatore più che accoglierlo. Io, come detto, prediligo la narrazione, la scelta di una storia nella quale il pubblico possa muoversi attivamente e rielaborare delle reazioni personali al tema trattato. Alcune volte cado nell’amarcord cinematografico e (un po’ come Tarantino o Godard) amo mascherare alcune dinamiche al citazionismo cinematografico. Stiamo per debuttare con un nuovo lavoro (Border Line), uno spettacolo che partendo dal concetto chiave di confine e dall’ipotesi di un futuro prossimo in cui un muro ha fisicamente separato un dentro e un fuori, Border Line mette a fuoco le incongruenze di una società rintanata dietro al cemento del muro, nella totale assenza di etica. Il testo intende stimolare l’attenzione verso il fenomeno della migrazione, osservandolo in modo disincantato, esaltando l’aspetto dilagante delle tante xenofobie umane. In scena, i personaggi grotteschi si affrontano nell’assurdo contesto di una società che ha come parametro l’ottusa e spasmodica difesa della vacuità. Tutto si misura in termini di audience, asservendo all’indice di ascolto qualsiasi istanza reale. Il riferimento è un po’ al cinema futuribile di Terry Gilliam: sublime e kitsch, pop e decadentismo.

 

TETTE mastoplastica alimentare from compagnia ragli on Vimeo.

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