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15/05/2017

Il collettivo “In Situ” – Conversazione con Sara Fiorelli

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In Situ ha inaugurato i suoi spazi lo scorso ottobre presentando Cosa Sarebbe se?, mostra collettiva che ha visto protagonisti i sei artisti creatori del progetto. Il collettivo In Situ nasce dall’esigenza di unirsi, senza costituirsi come gruppo nel significato storico-critico del termine, per rispondere alla necessità di far fronte, insieme, alla complessità dell’essere artista nella società contemporanea, e di fare della propria individuale ricerca un vero mestiere. Più che un insieme di studi, InSitu è un laboratorio di idee, un luogo in cui la condivisione e il confronto sono occasioni di crescita personale e collettiva. L’ambiente è aperto, nessuna divisione o barriera separa gli studi di ciascun artista. Le opere, libere di vivere lo spazio, comunicano tra loro, si contaminano, e danno vita a connessioni neuronali tipiche di un complesso ipertesto, serbatoio inesauribile di possibilità. In Situ, un organismo in continua trasformazione ed evoluzione, presenta esposizioni come “Assurdità Contemporanee”, un ciclo di sei mostre monografiche che si susseguiranno nel corso di quest’anno, dove verranno esposti gli inediti lavori di Marco De Rosa, Roberta Folliero, Andrea Frosolini, Christophe Constantin, Francesco Palluzzi ed Elisa Selli, frutto delle loro più recenti ricerche.
Lo studio per l’allestimento delle mostre si trasforma in un White Cube, un tempo tempio di quel modernismo che elevava nell’iperuranio ogni opera d’arte che ne varcava la soglia, si tramuta qui in un ecosistema creativo e habitat di ibridazioni, in cui oggetti d’uso comune assurgono a protagonisti di un concept che sottolinea l’ingresso del reale all’interno dello spazio-museo, come necessità gnoseologica.

Sara Fiorelli

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-Quali sono, se ci sono, elementi distintivi comuni che caratterizzano la ricerca di questi nuovi artisti? Si possono trovare dei raccordi comuni, in questo nuovo gruppo di artisti, ad esempio nei media usati, nelle influenze comuni, nell’atteggiamento di ricerca o altro?

Tutti e sei gli artisti si sono incontrati presso la Rufa (Rome University of Fine Arts), ed è qui che hanno iniziato a conoscersi e ad interagire l’un l’altro ciascuno attraverso le proprie sperimentazioni e ricerche. Le prime collaborazioni nasocono per gli allestimenti riguardanti alcune mostre all’interno dell’accademia. L’accademia è, per un certo periodo, il loro centro nevralgico, sia per i mezzi che essa mette a disposizione, sia per la fervente circolazione di nuove idee, però, allo stesso tempo, proprio il suo affollamento determina lo sviluppo di nuove esigenze che spingono i ragazzi a cercare un’apertura verso il mondo esterno al di là dell’ambito accademico. Da qui nasce la volontà di autogestire il proprio lavoro mediante la ricerca di un spazio indipendente, questi sono i primi elementi distintivi comuni che caratterizzano tutti gli artisti di In Situ.
La ricerca di un spazio in comune, non è stata dettata soltanto dalla necessità di condividere le spese ad esso annesse, ma anche dalla necessità di trovare un luogo in cui poter lavorare insieme e dar vita a vere e proprie collaborazioni. Infatti, l’intero ambiente è privo di qualsiasi barriera divisoria che agevola così le relazioni, le contaminazioni e le interferenze intermediali. In questo modo ciascun artista mantiene una propria cifra stilistica personale ma in più, attraverso il confronto e il sostegno dell’intero collettivo, è portato a sperimentare inedite potenzialità lanciandosi verso nuove sfide.
La volontà di autogestire lo spazio è un altro elemento comune imprescindibile, così, in occasione della RAW (Rome Art Week) il collettivo ha organizzato un evento per gli Open Studios, presentando tutti i lavori come in una vera e propria mostra collettiva con tanto di testo critico annesso. Da qui prende forma l’idea di organizzare poi una serie di mostre personali, aprendosi però anche a collaborazioni esterne. Infatti, per questo ciclo di sei mostre dal titolo Assurdità Contemporanee, hanno coinvolto noi, un gruppo di giovani critici e storici dell’arte provenienti tutti dall’Università La Sapienza di Roma. Ciascuno di noi per ogni mostra avrebbe curato il testo critico di presentazione, instaurando un dialogo e un confronto costruttivo tra critico e artista. Il dibattito viene visto da tutti come possibilità di arricchimento e di crescita. A questo proposito si può parlare della creazione di una rete sincera, altra prerogativa dell’intero gruppo, con l’obbiettivo di creare contatti e collaborazioni di fiducia per riuscire a proporre qualcosa di diverso attraverso l’autoproduzione e gli scambi reciproci di critiche ed opinioni, non contaminate dal quelle formalità da cui alle volte gli artisti si sono sentiti investiti.
Importante è anche la scelta dell’ubicazione di In Situ, che ha inevitabilmente influito nel più recente atteggiamento di ricerca di ciascun artista. In Situ infatti, è fuori dal raccordo e dunque per molti romani anche fuori Roma. Eppure con l’apertura della metro C raggiungere lo studio, è davvero semplice, perché si trova esattamente a cinque minuti a piedi dalla stazione metro di Fontana Candida. La condizione di lavorare in un contesto decentrato, fuori dalla movida romana, ha fatto si che gli artisti iniziassero ad usare delle cifre più ironiche e dissacranti nell’elaborazione delle nuove opere da proporre in mostra. Per queste tre mostre iniziali che occuperanno fino all’estate la prima trance del progetto, tutti gli artisti hanno adottato un linguaggio che creasse delle idiosincrasie con l’ambiente esterno e più in generale con il quartiere come periferia. Marco De Rosa, ad esempio, ha adoperato come materiale di costruzione per le sue strutture degli attrezzi da carpentiere, gli stessi attrezzi che utilizzano molti degli artigiani che abitano nell’intorno; Andrea Frosolini, invece, per ciascuna opera presentata ha impiegato parti di mobili o immagini di mobili ikea che qualunque passante o vicino avrebbe riconosciuto come elementi appartenenti anche al proprio quotidiano; ed infine Christophe Constantin esporrà opere che definirei di arredo urbano.
La sfida è quella di portare a Tor Bella Monaca un pubblico sempre più ampio che, non abituato a frequentare la periferia, possa scorgervi una meta da visitare.

-La seconda domanda mi viene dal nome del progetto. Qual’è l’atteggiamento espositivo comune, a tuo avviso? Lo spazio predomina e viene “allestito dalle opere” o le opere seguono una ricerca indipendente e poi vengono riorganizzate nello spazio? (in situ sarebbe comunque in entrambi i casi)

Innanzitutto c’è da dire che In Situ nasce sia come un insieme di studi d’artista sia come spazio espositivo, ma allo stesso tempo è anche un laboratorio e un officina dove gli artisti portano avanti altri lavori legati a commissioni di vario genere, come scenografie ad esempio. Perciò può capitare che, passando presso lo studio lontano dalle mostre, si veda l’area adibita a spazio espositivo trasformarsi in falegnameria con polvere e trucioli sparsi sul pavimento in cemento. Questo per dire che si tratta si un luogo multifunzionale, in cui tutte le aree che lo compongono si trasformano secondo le esigenze.
Le prime caratteristiche dello spazio che hanno avuto un forte impatto su tutti gli artisti sono state l’ampiezza e l’abbondanza di luce naturale. Rispetto alla loro precedente produzione, aver elaborato opere di più grande formato, è stato realizzabile soprattutto grazie alla possibilità di pensare più in grande, e a questo ha chiaramente contribuito l’ampiezza dell’ambiente da allestire.
Nella prima mostra Marco De Rosa ha inglobato parti di strutture dello spazio nelle sue opere, ed erano gli stessi elementi architettonici che implementavano e validavano l’opera stessa, come ad esempio l’utilizzo di un pilastro dell’edificio. Gli studi, invece, lasciati con tutte le attrezzature a vista, contribuivano a sottolineare l’idea che l’intera mostra ruotava intorno allo scambio tra ambiente interno e l’idea di ricerca.
er far capire bene come le diverse attività che si svolgono presso In Situ possano modificare il disegno della mostra e al tempo stesso quello dell’ambiente da allestire, riguarda un lavoro che il MAXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo) ha commissionato al collettivo per un allestimento temporaneo. Si tratta di alcuni moduli in legno a forma di parallelepipedo che, posti l’uno accanto all’altro, possono comporsi simulando delle quinte architettoniche. Questi moduli, una volta rientrati alla base, sono stati utilizzati da Andrea Frosolini per intervenire sullo spazio, dividendo l’ambiente da allestire e creando un ingresso ed una sala principale. Il pilastro dell’edificio scompare completamente alla vista, inglobato nella struttura fittizia creata e, per rendere ancora più credibile la finzione scenica, è stato inserito anche un battiscopa che corre lungo tutto il perimetro della struttura fino a confondersi con quello delle pareti perimetrali. In questo caso gli studi sono stati svuotati di tutte le opere in via di esecuzione e di tutti i materiali da lavoro, lasciando a vista soltanto i tavoli, le scrivanie e le sedute, come in un’esposizione di mobili da acquistare, dove lo stesso artista avrebbe potuto reperire il materiale per le sue opere.
Questi sono due esempi per rendere più chiaro come per l’elaborazione di una mostra ogni artista, pur portando avanti indipendentemente il proprio progetto di ricerca, interviene sia sull’idea di allestimento ma anche sulla morfologia stessa dello spazio da allestire.
L’intero collettivo si presenta così come un team compatto e coordinato che, in virtù dell’autogestione delle proprie risorse, si trasforma da ditta professionale di pulizie che riesce a tirare a lucido il pavimento fin quasi a farlo sembrare di cemento vetrificato, in comitato curatoriale capace di pianificare e gestire tutti gli aspetti organizzativi che ruotano attorno ad una mostra.