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15/03/2017

Fiorenzo Zaffina e le cose che non si vedono

5.1.2

Nel 1996 lo spazio dell’Associazione Culturale l’Attico di Roma di Fabio Sargentini ospita una rassegna di 87 artisti in 87 giorni. Uno al giorno. La rassegna è di altissimo livello e vede molti dei più grandi della scena italiana e non solo, da Pino Pascali a Toti Scialoja, passando per Schifano, Nagasawa, Mafai, Carla Accardi e tanti altri. Ogni giorno l’appuntamento vede una nuova opera, tanto da diventare per tre mesi luogo di ritrovo e appuntamento costante della scena romana.
Uno degli ultimi, in ordine di tempo, è Fiorenzo Zaffina, che dovrà letteralmente “spaccare” il muro che ospita la sua opera. Avviene di lunedì per poter avere anche la domenica a disposizione per l’imponente lavoro. Realizza un fiore (vedi foto in alto). Lavoro scavato nella parete, fiore di preesistenza industriale che emerge dalla storia della costruzione. Fiore di fuoco e di pietra che si impone alla vista con intensità, svelando il suo passato e la sua natura di ferita nel tessuto del luogo.

Dentro al fiore si trova un fax che manda un’immagine. L’immagine ci mostra un Sargentini vampiro. Un’omaggio scherzoso, condiviso e volutamente irriverente alla sua capacità di gallerista, alla sua bravura nel lavoro di vendita. L’operazione non finisce qui. Il giorno dopo la foto viene ri-murata “viva” nella parete dello spazio. Dove è ancora. In realtà questa sparizione è un nuovo lavoro. Lavoro presente e vivo tuttora solo per chi ne è a conoscenza. In assenza di coscienza e di conoscenza il lavoro non esiste. Questo perché se cade un albero nella jungla in mezzo al nulla non è mai caduto. Accade allora che un lavoro murato in una parete, sepolto in un dato luogo (luogo peraltro espositivo, quindi per sua natura atto ad accogliere operazioni artistiche) esiste solo nella sua inesistenza, nella mente del visitatore. Come i ricordi che ci parlano dei luoghi che abbiamo vissuto, come i fantasmi della mente dei nostri cari o della nostra gioventù e di dove ci trovavamo, come se fosse un trovarci lì destinato al sempre. Andando a visitare lo spazio, potremmo quindi dire, che questo lavoro c’è e non c’è, come una gatto di Schrödinger la cui gabbia è la nostra coscienza.
A tutti gli effetti questo articolo contribuisce a far esistere il lavoro, poiché da oggi per chi si sarà imbattuto in questa lettura vedrà la parete espositiva che ha ospitato la rassegna come un lavoro permanente.

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Sono presenti: P. Pascali, E. Cucchi, L. Ontani, Nunzio, M. Tirelli, L. Patella, C. Pintaldi, G. Dessì, S. Matta, F. Levini, Nam June Paik, A. Tranquilli, G. Fioroni, G. Uncini, J.Fautrier, G. Limoni, P. Canevari, P. Gandolfi, E. Luzzi, B. Ceccobelli, M. Mafai, M. Corona, M. Barzagli, C. Accardi, C. De Paolis, Primo Conti, D. Colantoni, S. Ragalzi, V. Corsini, D. Pedriali, C. Abate, N. Maier, T. Festa, G.M. Montesano, F. Silvestro, G. Picciau, R. Kennedy, P. Pusole, M. Sironi, L. Frongia, G. Gallo, G. Sgherri, M. Orsi, A. Boetti, A. Salvino, Cuoghi e  Corsello, C. Palmieri, F. Passarella, M. Colazzo, T. Scialoja, F. Angeli, M. Boyden, Bigas Luna, H.H. Lim, A. Paparatti, S. De Laurentiis, G. Salvatori, Salvo, H. Nagasawa, P. Pizzi Cannella, C. Permeke, D. Galliano, M. Cannavacciuolo, A. Bulzatti, S. De Luca, S. Di Stasio, V. Brauner, F. De Grandi, M. Carocci, R. Fumasoni, S. Lombardo, A. Passa, L. Gardini, M. Schifano, N. Crafa, L. Romualdi, G. Albanese, R. Barni, M. Basilé, A. Bazan, P. Del Giudice, M. Neri, P. Burke, E. Gallian, F. Zaffina, I. Iurilli, A. Peterlini.