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03/03/2017

Mondrian, il jazz e Wes Anderson

victory-boogie-woogie

Quello che succede nei lavori di Mondrian ha a che vedere con jazz. Con il boogie, sopratutto nella fase dei lavori intitolati, appunto, “boogie”, ma in generale con il jazz.
D’altronde quello che succede nei film di Wes Anderson ha a che vedere con Mondrian. E così via. È un rapporto tra geometria e fantasia. La struttura, la partitura, non sono esattamente geometria. Non perfettamente. Sono griglie formate da geometria ma non è necessario che ripetano uno schema. Non è nemmeno necessario che lo prevedano. Sono piuttosto un canovaccio dentro cui colorare emotivamente. Griglia e schema non sono la stessa cosa.
È necessario che tutta la struttura chiuda sempre ciclicamente in un quadrato. Che si risolva in una maniera lineare e identificabile. La vita artistica che si muove all’interno di queste operazioni è il cuore emotivo di questo quadrato. Tutt’attorno c’è un campo di analisi che ritorna e divaga per linee rette. I colori in Mondrian e in Anderson sono tessuto. Tattili ed emozionanti come nota o serie di note. Sono divagazioni (ma non troppo) emotive in una partitura basata sull’andirivieni dei moduli compositivi.

Rigorosamente statici per meglio mostrare il movimento all’interno di essi. Si tratta di una visione del giorno che scorre in cui tutto è uguale e tutto è diverso. Una visione scandita da movimenti necessari, orari, bisogni, cibo, dormire, lavorare. Anche se in Anderson tutto è straordinario e non quotidiano, ma stiamo traslando. Niente di troppo lontano dalla vita fatta di certezze e spazio fantasioso. Questo c’è: che lo si occupi o no, lo spazio esiste.

L’alterarsi (modificarsi) improvvisato delle azioni attuate dentro alla griglia gode infatti di una certa libertà. La vita si muove dentro al campo, ma nel momento e nella posizione richiesta. Tuttavia il movimento gode di una certa libertà. Libera è la scelta perfino dentro ad ogni (apparente) prigionia.