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09/02/2017

Dei video ritratti e dell’analogon della realtà

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Anche i video ritratti, proprio come i ritratti non sono la realtà. Nemmeno la rappresentano. Sono addirittura una distanza dalla realtà. Una distanza esatta. Non “la distanza”, ovvero l’essere “altra cosa da”, ma una distanza esatta che significa anche una vicinanza.
Nei video ritratti di Warhol la telecamera indugia. Questo indugiare non è irrilevante. Qualcuno ti guarda a lungo. Sottolineiamo “a lungo” perché fa cambiare le cose. Si potrebbe, ad esempio, passare dalla rilassatezza all’imbarazzo, o, viceversa, dall’imbarazzo alla rilassatezza, nel caso in cui il soggetto stesse normalizzando la situazione percepita prima come straordinaria.
Si dice che la realtà si trovi ad una distanza di sette respiri, proprio dove si trova la decisione giusta.
Non subito, quando c’è ancora il fervore e il pregiudizio, non il primissimo sentimento, ma nemmeno troppo tempo dopo, quando subentra il dubbio. Si tratta, infine, del tempo di perdere l’abito della posa che si indossa. Né più né meno. La caduta del velo.
La realtà non si riesce ad afferrare mai del tutto perché nella percezione estetica essa non esiste. La rappresentazione è irreale per sua natura, è fantastica. L’immagine lavora come analogon, mai come riproduzione esatta. Si tratta di una trasfigurazione. Riproporre in un contesto estetico sa (ha il sapore) di una operazione perdente: ogni desiderio di possesso viene frustrato e destinato a fallire.

L’atto di astrazione, necessario all’immedesimazione è anch’esso atto di irrealtà. Più vicino al sogno che alla vita. Non si cerca infatti il doppio della vita, si cerca un salto che prenda la corrente della vita.
Apprezzare, che si tratti di un paesaggio o di un quadro, ha in sè il germe dell’astrazione. Colori e materia si mostrano come paesaggio per un gesto, appunto, di analogon.
Mi sto riferendo a considerazioni di Sartre nel libro “L’immagine.”
Nell’immedesimazione, talvolta, il soggetto scompare dietro la telecamera. Potrebbe essere addirittura l’occhio. Ne La casa muda, film uruguaiano del 2010, si ricerca una particolare immedesimazione: occhio-telecamera. Un gioco di suspence tanto caro all’horror movie post Blair witch project.
Succede qui, in aggiunta, un passaggio assai importante. Non si sottolinea la soggettiva ma l’oggettiva del mockumentary. Nessuno tiene la telecamera. L’unico piano sequenza guarda solo lei. Da lei non si stacca mai la visione e non c’è montaggio. Lei è guardata e, al contempo, lei è visione. L’altro visto da sè è il centro. Forse è lei vista da sè. Il tempo è inoltre un tempo bergsoniano, tempo percepito. Il tempo è al contempo il soggetto è l’oggetto: il soggetto che si oggettivizza.

Nel film ottanta minuti significano tutta la notte. Lo significano e quindi lo sono. Sono percepite così e questo le attesta come verità. Letteralmente. Ovvero: non ci sono parti mancanti che non vediamo negli 80 minuti (che significano tutta la notte). Come nei sogni.
L’opera d’arte come atto di irrealtà significa annullarsi ed essere paradossalmente (in apparente contraddizione col sentire comune) nel flusso di una vita. Equidistante dalla vita e dal nulla.
Il bello è l’irreale. A ben interpretare Sartre, il bello nel reale è uno scivolamento, è il reale che fa da analogon a se stesso.
Baudrillard parlava di carica iper-estetica dell’oggetto e portava l’esempio delle Nike che diventano la pubblicità di sé stesse e si auto promuovono. Il mondo moderno appare qui come livello più alto di proiezione della propria trasfigurazione.